Nei boschi in auto sì… ma solo per pochi: la legge che divide l’Abruzzo

C’è una legge che, almeno sulla carta, nasce per sostenere l’agricoltura. Ma tra le righe, secondo alcuni, nasconde qualcosa di molto diverso. E infatti non ci è voluto molto perché scoppiasse la polemica.

Nel mirino è finita una modifica precisa, contenuta nell’Articolo 33 comma 12 legge agricoltura Abruzzo 2026, che interviene direttamente sulle regole di accesso alle strade e piste montane. Fino a ieri, il principio era chiaro: niente auto nei boschi, salvo casi particolari come soccorso, lavori agricoli o accesso ai fondi privati, così come previsto dall’Articolo 45 legge regionale Abruzzo.

Oggi, invece, qualcosa cambia. Perché tra le eccezioni entrano anche i cacciatori e i cercatori di tartufi. A una condizione: essere in regola con tasse, tesserino e autorizzazioni, e muoversi nei periodi consentiti dai calendari ufficiali. Tradotto: se sei tartufaio o cacciatore in regola, puoi arrivare in auto dove prima si andava solo a piedi.

È qui che si accende lo scontro. La Stazione Ornitologica Abruzzese parla apertamente di un “regalo” a categorie specifiche. La critica è semplice quanto potente: perché un escursionista, magari anziano o disabile, deve farsi chilometri a piedi, mentre chi caccia o cerca tartufi può avvicinarsi in macchina?

Una domanda che, al di là delle posizioni ideologiche, tocca un nervo scoperto: l’accesso al territorio. Perché questa non è solo una questione tecnica o burocratica. È una linea di confine tra chi può entrare facilmente nel bosco e chi invece deve fermarsi prima.

Dal lato dei tartufai, però, la lettura è completamente diversa. Qui non si parla di privilegio, ma di lavoro. Chi va a tartufi non è un turista della domenica: paga una tassa, ha un tesserino, segue calendari precisi. E soprattutto opera su territori spesso vasti, difficili, lontani. In questo senso, poter utilizzare l’auto non è un lusso, ma uno strumento.

La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Perché è innegabile che la norma introduca una differenza concreta tra categorie. Ma è altrettanto vero che non si tratta di un “via libera totale”: restano vincoli, controlli e limiti temporali.

Il punto, forse, è un altro. Ogni volta che si apre una strada – letteralmente – cambia l’equilibrio del territorio. Più accesso significa più presenza, più pressione, più movimento. E questo, nel lungo periodo, può diventare un problema anche per chi oggi ne beneficia.

È davvero un regalo ai tartufai? O è semplicemente il riconoscimento di un’attività regolamentata che ha bisogno di strumenti adeguati? La risposta, probabilmente, non sta nella legge. Ma in come verrà usata.

Fino a 5.000 euro alle associazioni di tartufai: occasione vera o contentino?

C’è chi lo ha già definito un’opportunità concreta per il territorio. E chi, invece, lo guarda con sospetto, chiedendosi se ne valga davvero la pena.

La Regione Emilia-Romagna ha pubblicato un nuovo bando da 30.000 euro destinato alle associazioni di tartufai, con contributi fino a 5.000 euro per progetto. Un intervento che, nelle intenzioni istituzionali, punta a rafforzare la tutela degli ecosistemi tartufigeni e a trasmettere le conoscenze legate alla cerca alle nuove generazioni.

Ma dietro i numeri e le dichiarazioni ufficiali, la domanda che serpeggia tra gli operatori è una sola: conviene davvero partecipare?

Il contributo previsto arriva fino a 1.250 euro per ettaro, con un tetto massimo di 4 ettari. Tradotto: 5.000 euro complessivi per progetto.

Una cifra che, sulla carta, può sembrare interessante. Ma che, nella pratica, rischia di coprire solo una parte degli interventi richiesti.

Perché i lavori previsti non sono marginali: pulizia del sottobosco, gestione della vegetazione infestante, cura della rete idrica naturale, fino alla messa a dimora di nuove piante.

Interventi che richiedono tempo, manodopera e continuità.

Non basta lavorare: bisogna anche “insegnare”

Il bando introduce un elemento chiave: la finalità didattica.

Le associazioni che accederanno ai fondi dovranno organizzare visite guidate e attività rivolte a scuole, cittadini e appassionati. Non si tratta quindi solo di gestire una tartufaia, ma di trasformarla in uno spazio educativo.

Un approccio che valorizza il lato culturale e sociale del tartufo, riconosciuto anche come patrimonio immateriale. Ma che, allo stesso tempo, impone un cambio di mentalità a chi è abituato a vivere il bosco in modo più riservato.

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda i vincoli.

Le aree coinvolte dovranno mantenere la destinazione didattica per almeno cinque anni. Inoltre, è vietato l’utilizzo di fitofarmaci e diserbanti.

Due condizioni che rafforzano la tutela ambientale, ma che limitano la libertà gestionale delle aree interessate.

Secondo l’assessore regionale Alessio Mammi, il bando rappresenta un investimento non solo economico, ma culturale e sociale.

Le associazioni vengono viste come “custodi” del territorio, capaci di tramandare conoscenze e rafforzare una filiera che va oltre il valore commerciale del tartufo.

Un’impostazione chiara: meno raccolta individuale, più gestione condivisa e strutturata.

Opportunità o operazione di facciata?

Ed è proprio qui che si divide il mondo dei tartufai.

Da una parte c’è chi vede nel bando un’occasione per ottenere fondi, strutturarsi e entrare in una rete più ampia.

Dall’altra, chi storce il naso: pochi soldi, molti obblighi, vincoli lunghi e una trasformazione della cerca che rischia di allontanarsi dalla tradizione.

Le domande dovranno essere presentate entro il 15 maggio 2026 tramite PEC.

Il tempo per decidere non è molto. Ma la scelta, per molti, non è così scontata.

Perché alla fine la domanda resta lì, semplice e brutale:

vale la pena legarsi per cinque anni… per 5.000 euro?

Cane da tartufo morto dopo sevizie: a processo il proprietario

Cane da tartufo morto dopo sevizie: a processo il proprietari

A Perugia la testimonianza della veterinaria: “Legato al collo e al muso, segni evidenti di sofferenza”

PERUGIA – Un cane da tartufo, un lagotto impiegato nella cerca, è morto a seguito di gravi traumi e sofferenze compatibili con maltrattamenti. Per la vicenda, avvenuta nel territorio di Perugia, il proprietario è finito a processo con l’accusa di maltrattamento di animali.

A ricostruire i fatti in aula è stata la veterinaria intervenuta dopo la segnalazione dei carabinieri, allertati inizialmente per la presenza di un cane “rimasto attaccato a una corda”. Una prima comunicazione parlava addirittura di un possibile caso di “impiccagione”, con la corda stretta intorno al collo.

Secondo quanto riferito, l’animale – un lagotto – si trovava all’interno di un’area recintata, legato con una corda fissata oltre il cancello del box in cui era detenuto. Dalle immagini acquisite e mostrate nel corso delle indagini, emergerebbe la presenza di più giri di corda: uno attorno al collo e uno intorno al muso, come per impedirgli di aprire la bocca.

Quando la veterinaria è giunta sul posto, il cane era già a terra. “L’ho visto quando era stato staccato dalla corda”, ha dichiarato. Tra gli elementi rilevati, una colorazione scura della lingua – indicativa di soffocamento – e segni di perdita di sangue. Ulteriori accertamenti avrebbero evidenziato lesioni anche a un arto superiore e condizioni compatibili con una morte sopraggiunta dopo una fase di grave sofferenza.

Il procedimento è ora nelle mani dell’autorità giudiziaria, chiamata a chiarire dinamiche e responsabilità. Il caso ha suscitato forte attenzione anche per il contesto in cui si inserisce: quello della cerca del tartufo, attività in cui il rapporto tra uomo e cane rappresenta un elemento centrale.

Episodi come questo riaccendono il dibattito sul benessere animale e sulla responsabilità di chi utilizza cani da lavoro. Nel mondo della cerca, il cane non è soltanto uno strumento operativo, ma parte integrante dell’attività stessa, spesso legato al conduttore da anni di addestramento e convivenza.

Proprio per questo, casi di presunto maltrattamento risultano particolarmente sensibili e destinati a incidere sulla percezione pubblica di un settore già esposto a forti dinamiche economiche e territoriali.

 

Al di là dell’esito giudiziario, la vicenda pone una domanda più ampia:

quanto è ancora saldo il confine tra lavoro e rispetto nel mondo della cerca?

Una risposta che riguarda non solo i tribunali, ma l’intera comunità legata al tartufo

Il tartufo non si ruba, si perde: la Croazia si muove mentre l’Italia guarda

             Tartufo bianco istriano, Zagabria corre ai ripari: “Servono nuove regole”

Dopo le proteste dei tartufai locali per la crescente pressione nei boschi, il governo croato avvia un confronto istituzionale e valuta misure più restrittive. Nel mirino anche la presenza di raccoglitori stranieri.


ISTRIA – Il tartufo bianco finisce al centro dell’agenda politica croata.
Nelle ultime settimane si sono tenuti incontri ufficiali tra rappresentanti dei tartufai istriani, il Ministero dell’Agricoltura, l’ispettorato e gli enti forestali.

Al centro del confronto, una situazione definita sempre più critica dagli operatori locali.


Pressione crescente nei boschi

Secondo quanto emerso, i territori vocati alla raccolta stanno vivendo una fase di forte pressione.
Aumenta il numero dei cercatori, e tra questi vengono segnalati anche gruppi provenienti dall’estero.

I tartufai istriani denunciano dinamiche difficili da gestire: presenza costante, concorrenza sempre più intensa e timori legati alla tutela dell’ambiente e del prodotto.


Il governo valuta nuove misure

Di fronte a questo scenario, Zagabria ha avviato un percorso di analisi che potrebbe portare a modifiche normative.

Tra le ipotesi allo studio:

  • rafforzamento dei controlli
  • maggiore regolamentazione della raccolta
  • distinzione tra attività amatoriale e commerciale

L’obiettivo dichiarato è quello di garantire sostenibilità e ordine in un settore sempre più esposto.


Uno sguardo ai modelli esistenti

Nel dibattito emerge anche il riferimento a sistemi di gestione già consolidati, come quello italiano, basato su patentini, calendari di raccolta e regolamentazione territoriale.

Un modello che, pur con criticità, rappresenta ancora oggi un punto di riferimento per la tutela del comparto.


Una questione che va oltre i confini

La situazione istriana si inserisce in un contesto più ampio.
La domanda internazionale di tartufo è in crescita, i prezzi restano elevati e la pressione sui territori aumenta.

In questo scenario, ogni area vocata si trova a dover affrontare la stessa sfida:
conciliare mercato, tutela ambientale e gestione delle risorse.


Non una competizione, ma un equilibrio

La mossa della Croazia non appare come un tentativo di competizione diretta con altri Paesi produttori, ma piuttosto come una risposta a dinamiche interne sempre più complesse.

Resta però un dato evidente:
in un mercato globale in espansione, la capacità di organizzare e proteggere il proprio sistema può fare la differenza.

Perché il tartufo, più che conquistarsi, si conserva.
E chi riesce a gestirlo meglio… ne determina il valore.

Bronte e Alba: quando il nome cresce più del territorio Due mondi e lo stesso problema

Bronte e Alba, a guardarle da fuori, non hanno nulla in comune. Una è fatta di pietra lavica, sole e coltivazioni difficili; l’altra di boschi, nebbia e ricerca silenziosa. Eppure, se si osserva con attenzione, entrambe raccontano la stessa dinamica: quella di un territorio che resta fisicamente limitato, mentre il nome che lo rappresenta cresce ben oltre i suoi confini reali.

Il pistacchio di Bronte è un prodotto fortemente legato al suo ambiente. Non è una coltura intensiva né facilmente replicabile: nasce su terreni specifici, con piante che seguono cicli naturali e rese che non possono essere forzate. Anche il tartufo bianco d’Alba si muove dentro una logica simile, ma ancora più estrema. Non è coltivabile in senso pieno, non è programmabile e dipende interamente da condizioni naturali difficili da prevedere. In entrambi i casi, quindi, esiste un limite oggettivo: la produzione non può crescere a comando.

È proprio qui che le due realtà iniziano a sovrapporsi. Quando la domanda supera stabilmente ciò che il territorio può offrire, si crea uno scarto. Bronte non può produrre pistacchio per un mercato globale continuo; Alba non può garantire tartufo bianco in quantità tali da soddisfare una richiesta mondiale. Eppure quei nomi sono ovunque. Non perché i territori siano aumentati, ma perché il loro valore simbolico ha iniziato a viaggiare indipendentemente dalla produzione reale.

“Bronte”, oggi, non indica più soltanto un luogo geografico preciso, ma richiama un’idea di qualità ben definita. Allo stesso modo, “Alba” è diventato un riferimento immediato per il tartufo bianco, anche quando quel prodotto nasce al di fuori di quell’area. Il passaggio è sottile ma decisivo: non è più solo il territorio a definire il prodotto, ma è il prodotto che si appoggia a un nome riconosciuto per essere identificato e valorizzato.

La dinamica, pur con differenze evidenti, è la stessa. Nel caso del pistacchio, il limite è agricolo e strutturale: la produzione è contenuta e discontinua, mentre il mercato richiede presenza costante. Nel caso del tartufo, il limite è naturale e ancora più rigido: le quantità variano di anno in anno e non sono controllabili. In entrambi i casi, però, la percezione del prodotto si espande oltre la sua reale disponibilità.

Non si tratta necessariamente di un’anomalia o di una distorsione volontaria, ma di una conseguenza quasi inevitabile quando un prodotto diventa iconico. Più un nome si afferma, più viene utilizzato come riferimento. E più viene utilizzato, più tende ad allontanarsi dal suo punto di origine, almeno nella percezione di chi lo acquista.

Bronte e Alba, alla fine, rappresentano due esempi diversi della stessa tensione: quella tra i limiti concreti della terra e le richieste, spesso illimitate, del mercato. Ed è proprio in questo spazio che nasce la domanda più interessante.

Quanto è ancora legato al territorio ciò che porta il suo nome?

Il segreto dei vecchi tartufai: perché conviene partire dalla solagna

Chi ha imparato il bosco dai vecchi tartufai lo sa bene:
non si entra nel bosco cercando a caso.

In Abruzzo esiste una parola che i cercatori conoscono bene: la solagna.
In dialetto suona più o meno “la sulagne”.

Con questo termine si indicano le zone del bosco più esposte al sole, i versanti o i punti dove la luce arriva prima durante la giornata.

Sono luoghi che si scaldano prima.

E spesso sono anche i primi a “svegliarsi”.

Non vale solo per i tartufi.
Molti prodotti spontanei della terra iniziano a comparire proprio lì: asparagi selvatici, erbe di campo, frutti del bosco.

Anche per quanto riguarda il tartufo, soprattutto lo scorzone estivo, molti tartufai iniziano a guardare proprio in queste zone.

Non è una regola assoluta, ma è uno di quei ragionamenti che vengono dall’esperienza.

Il motivo è abbastanza semplice.

Il tartufo è considerato una specie termofila, cioè predilige terreni che riescono a scaldarsi durante la giornata.

Nelle zone più esposte al sole:

  • il terreno accumula più calore
  • l’attività biologica del suolo aumenta
  • il microclima diventa spesso più favorevole allo sviluppo del micelio

Per questo motivo i versanti esposti al sole tendono ad anticipare la nascita di molti prodotti spontanei del bosco.

È un fenomeno che chi vive la natura nota facilmente:
dove arriva prima il sole, spesso la stagione parte prima.

L’altra faccia del bosco: l’ombrìa

Se da una parte c’è la solagna, dall’altra esiste spesso il suo opposto: l’ombrìa.

Con questo termine molti contadini indicavano le zone più fresche e ombreggiate del bosco, spesso i versanti esposti a nord o quelli dove il sole arriva poco durante la giornata.

Tra queste due parti del bosco c’è quasi sempre una differenza:

  • la solagna si scalda prima
  • l’ombrìa conserva più a lungo umidità e freschezza

Per questo motivo, all’inizio della stagione, molti cercatori preferiscono partire dalle zone più esposte al sole.

Con il passare delle settimane, invece, può diventare interessante controllare anche le parti più fresche del bosco.

I vecchi tartufai magari non parlavano di microclima o di specie termofile.

Dicevano semplicemente:

“Parti dalla solagna.”

E molto spesso avevano ragione.

Perché il tartufaio non cerca soltanto tartufi.

Prima di tutto impara a leggere il bosco.


L’esposto di Assotartufai sul riporto: cosa può accadere davvero

Negli ultimi giorni sta circolando molto un esposto presentato dall’Associazione Nazionale Tartufai Italiani riguardo a un video pubblicato sui social che mostra una cerca del tartufo con più cani e modalità di scavo considerate non conformi alla normativa.

Molti tartufai si stanno chiedendo: cosa succede adesso?

Cerchiamo di capirlo in modo semplice.

L’esposto non è una condanna

Un esposto è semplicemente una segnalazione alle autorità.

Serve a chiedere che vengano verificati dei fatti.

Non è una sentenza e non stabilisce automaticamente che sia stata commessa una violazione.

Chi interviene

L’esposto è stato indirizzato ai Carabinieri Forestali e alla Polizia Provinciale, che sono gli organi normalmente competenti per i controlli sulla raccolta dei tartufi.

A loro spetta valutare se esistono elementi sufficienti per procedere con accertamenti.

Cosa potrebbero verificare

Nel caso in cui decidano di approfondire, i controlli potrebbero riguardare ad esempio:

il possesso del tesserino di abilitazione alla raccolta del tartufo

il pagamento della tassa regionale

il rispetto delle modalità di raccolta previste dalla legge

l’eventuale corretto utilizzo dei cani durante la cerca.

Le possibili conseguenze

Se venisse accertata una violazione della normativa sulla raccolta del tartufo, si tratterebbe normalmente di sanzioni amministrative.

Parliamo quindi di eventuali multe, non automaticamente di procedimenti penali.

I riferimenti a possibili ipotesi penali, presenti in molti esposti, sono valutazioni teoriche che spetta comunque alle autorità verificare.

Al di là delle polemiche, è bene ricordare una cosa semplice:

le verifiche servono proprio per accertare i fatti.

Per questo motivo, prima degli accertamenti ufficiali, è sempre prudente evitare di trasformare una segnalazione in una condanna pubblica.

Il mondo del tartufo ha bisogno di equilibrio

La cerca del tartufo è una tradizione antica, fatta di esperienza, rispetto del bosco e responsabilità.

Proprio per questo le regole esistono e devono essere rispettate, ma allo stesso tempo gli accertamenti devono seguire il loro corso senza trasformarsi in processi mediatici.

Dopo l’esposto di Assotartufai sul riporto: cosa può succedere davvero

Negli ultimi giorni sta circolando molto un esposto presentato dall’Associazione Nazionale Tartufai Italiani riguardo a un video pubblicato sui social che mostra una cerca del tartufo con più cani e modalità di scavo considerate non conformi alla normativa.

Molti tartufai si stanno chiedendo: cosa succede adesso?

Cerchiamo di capirlo in modo semplice.

L’esposto non è una condanna

Un esposto è semplicemente una segnalazione alle autorità.

Serve a chiedere che vengano verificati dei fatti.

Non è una sentenza e non stabilisce automaticamente che sia stata commessa una violazione.

Chi interviene

L’esposto è stato indirizzato ai Carabinieri Forestali e alla Polizia Provinciale, che sono gli organi normalmente competenti per i controlli sulla raccolta dei tartufi.

A loro spetta valutare se esistono elementi sufficienti per procedere con accertamenti.

Cosa potrebbero verificare

Nel caso in cui decidano di approfondire, i controlli potrebbero riguardare ad esempio:

il possesso del tesserino di abilitazione alla raccolta del tartufo

il pagamento della tassa regionale

il rispetto delle modalità di raccolta previste dalla legge

l’eventuale corretto utilizzo dei cani durante la cerca.

Le possibili conseguenze

Se venisse accertata una violazione della normativa sulla raccolta del tartufo, si tratterebbe normalmente di sanzioni amministrative.

Parliamo quindi di eventuali multe, non automaticamente di procedimenti penali.

I riferimenti a possibili ipotesi penali, presenti in molti esposti, sono valutazioni teoriche che spetta comunque alle autorità verificare.

Al di là delle polemiche, è bene ricordare una cosa semplice:

le verifiche servono proprio per accertare i fatti.

Per questo motivo, prima degli accertamenti ufficiali, è sempre prudente evitare di trasformare una segnalazione in una condanna pubblica.

Il mondo del tartufo ha bisogno di equilibrio

La cerca del tartufo è una tradizione antica, fatta di esperienza, rispetto del bosco e responsabilità.

Proprio per questo le regole esistono e devono essere rispettate, ma allo stesso tempo gli accertamenti devono seguire il loro corso senza trasformarsi in polemiche o processi mediatici.

A tartufi con due cani Come farlo al meglio e quando evitarlo

Andare in cerca con due cani non è una moda.

Non è un’esibizione.

È una scelta tecnica.

E come ogni scelta tecnica, può migliorare la resa della cerca oppure comprometterla.

Perché scegliere due cani

La doppia conduzione nasce da esigenze precise, non dal desiderio di apparire.

Le ragioni principali sono quattro.

Copertura del terreno

Due soggetti ben equilibrati possono coprire più superficie in meno tempo. In ambienti ampi, radi o con pendenze dolci, questo può rappresentare un vantaggio concreto.

Stimolo competitivo controllato

In alcuni casi un cane leggermente lento migliora concentrazione e ritmo lavorando accanto a un soggetto più determinato. Questo però funziona solo in presenza di una competizione sana e non conflittuale.

Affiancamento formativo

Un cane esperto può “insegnare” al giovane attraverso la dinamica di lavoro. È una delle situazioni in cui la doppia cerca trova reale senso tecnico.

Lavoro su tartufi superficiali

Su scorzone estivo o in terreni generosi, la pressione esercitata da due cani può restare gestibile e aumentare la produttività.

Quando funziona davvero

La doppia cerca funziona solo se:

le gerarchie tra i cani sono chiare

il richiamo è immediato

non esiste possessività sul punto

il tartufaio mantiene controllo costante

Se uno dei due invade sistematicamente il lavoro dell’altro o tenta di appropriarsi del ritrovamento, la cerca perde precisione.

La doppia conduzione richiede più controllo, non meno.

I rischi reali

Ci sono aspetti che raramente vengono sottolineati.

Sovrastimolazione

Due cani eccitati possono scavare in modo disordinato, amplificare errori e generare maggiore disturbo del suolo.

Perdita di lettura del terreno e del habitat

Con un solo cane l’attenzione è focalizzata. Con due soggetti il rischio è di seguire i movimenti e non il bosco. Un tartufaio che non legge il terreno perde profondità tecnica.

Pressione ambientale

In zone sensibili, soprattutto su bianco pregiato, la doppia pressione può aumentare micro-disturbi del suolo e rendere più difficile una gestione pulita della buca.

Il problema non è il metodo in sé, ma la gestione.

Quando evitarla

La doppia cerca andrebbe evitata quando:

si lavora su bianco in aree delicate

i cani non hanno maturità caratteriale

il controllo vocale non è pienamente consolidato

si opera in presenza di altri tartufai

si interviene su tartufaie piccole e tecniche

In questi casi un solo cane garantisce precisione e pulizia.

Due cani non definiscono il livello

L’idea che due cani significhino maggiore professionalità è superficiale.

Il livello è nella gestione.

Un tartufaio esperto può ottenere risultati superiori con un solo cane equilibrato rispetto a chi conduce più soggetti senza controllo.

Errori più comuni nella doppia cerca

1. Introdurre il secondo cane troppo presto

Affiancare un giovane a un cane esperto senza che abbia consolidato richiamo e autocontrollo crea confusione e dipendenza.

2. Mancanza di gerarchia chiara

Se i due soggetti non hanno ruoli definiti, il punto diventa terreno di competizione e non di lavoro.

3. Intervenire tardi sul ritrovamento

Con due cani la gestione del momento “caldo” deve essere immediata. Ritardare significa aumentare disturbo e disordine.

4. Usare due cani per compensare un cane debole

La doppia cerca non deve coprire lacune addestrative. Se un soggetto non è stabile, il problema va risolto a monte.

5. Cercare velocità invece di qualità

Due cani non servono per correre di più. Servono, eventualmente, per lavorare meglio. Se la velocità diventa l’obiettivo, la precisione cala.

6. Sottovalutare la pressione ambientale

In aree delicate o su bianco pregiato, anche piccole interferenze ripetute possono avere effetti nel tempo.

Cervinara, 68enne ha un malore mentre cerca i tartufi: è morto sul Monte Partenio

Era uscito di buon’ora, come fanno i cercatori esperti quando il bosco è ancora silenzioso e l’umidità della notte resta sospesa tra le foglie. Un uomo di 68 anni di Cervinara ha perso la vita questa mattina mentre si trovava in montagna alla ricerca di tartufi insieme a un amico.

L’escursione si stava svolgendo nei boschi del Monte Partenio, una zona che conosceva molto bene. Non era un improvvisato: era un cercatore esperto, abituato ai sentieri, ai dislivelli, ai tratti più insidiosi. Proprio per questo la mattinata sembrava una delle tante.

Poi, all’improvviso, il malore. Con ogni probabilità un infarto. L’uomo avrebbe perso l’equilibrio e sarebbe precipitato in un’area particolarmente impervia. L’amico che era con lui ha assistito alla scena: prima il malore, poi la caduta nel vuoto. È stato lui a lanciare immediatamente l’allarme.

Sul posto sono intervenuti gli operatori del 118 e l’elisoccorso, che ha sorvolato la zona per individuare con precisione il punto in cui si trovava il corpo. Le operazioni di recupero sono state complesse, rese difficili dalla conformazione del terreno. Nonostante la rapidità dei soccorsi, per il 68enne non c’è stato nulla da fare.