La legge dei bulli: i tartufai sotto il controllo delle aziende venatorie

La legge dei bulli: i tartufai sotto il controllo delle aziende venatorie

Un emendamento inserito nel disegno di legge ColtivaItalia rischia di cambiare profondamente la libera ricerca del tartufo in Italia. Se il testo venisse approvato definitivamente, le aziende faunistico-venatorie e agri-turistico-venatorie potrebbero stabilire direttamente le modalità di raccolta dei tartufi all’interno delle loro aree.

Non si tratta ancora di una legge definitiva. Il disegno di legge è stato approvato dalla Camera dei Deputati il 6 agosto 2026 e deve ora essere esaminato dal Senato. Se Palazzo Madama lo approvasse senza modifiche, il provvedimento diventerebbe legge; se invece intervenisse sull’articolo contestato, il testo dovrebbe tornare alla Camera.

È dunque questo il momento per comprendere cosa sta accadendo e chiedere che la norma venga cancellata o profondamente modificata.

Cosa vogliono fare

La disposizione contestata è contenuta nell’articolo 21 del disegno di legge ColtivaItalia, AC 2670-A, e interviene direttamente sulla legge 16 dicembre 1985, n. 752, che costituisce la normativa quadro nazionale sulla raccolta, coltivazione e commercializzazione dei tartufi.

Il testo approvato dalla Camera prevede:

««Le aziende faunistico-venatorie e le aziende agri-turistico-venatorie regolamentano le modalità di raccolta dei tartufi all’interno delle loro aree, al fine di evitare interferenze con le attività di gestione faunistica nonché di preservare l’habitat naturale, ivi compreso il sostrato boschivo».»

Non finisce qui. L’emendamento interviene anche sull’articolo 18 della legge 752/1985, introducendo una specifica violazione per:

««La raccolta di tartufi in violazione delle modalità stabilite dalle aziende faunistico-venatorie o dalle aziende agrituristico-venatorie».»

In altre parole, le aziende avrebbero il potere di stabilire le modalità della cerca e il tartufaio che non le rispettasse potrebbe essere sanzionato.

L’obiettivo dichiarato è evitare interferenze con la gestione faunistica e proteggere l’habitat naturale. Finalità certamente legittime. Il problema è lo strumento scelto: invece di affidare la regolamentazione a un’autorità pubblica, con limiti, controlli e criteri uniformi, si consegna un potere molto ampio direttamente alle aziende venatorie interessate.

Una formula tanto breve quanto pericolosa

Il testo non dice esplicitamente che le aziende venatorie potranno vietare completamente la raccolta. Utilizza una formula apparentemente più moderata: “regolamentano le modalità”.

Ma cosa significa, concretamente?

Potrebbe significare stabilire i giorni e gli orari nei quali è possibile entrare. Potrebbe comportare la chiusura di determinate zone, la limitazione del numero dei raccoglitori, l’introduzione di turni oppure l’obbligo di comunicare preventivamente il proprio ingresso.

Il rischio è che condizioni particolarmente restrittive finiscano per produrre un divieto di fatto.

Non occorre scrivere nero su bianco che la raccolta è vietata. Basta concedere a qualcuno il potere di renderla estremamente difficile o praticamente impossibile.

La disposizione, inoltre, non indica:

– quali limitazioni possano essere introdotte;

– quanto possano durare;

– quali aree possano essere interdette;

– se le restrizioni debbano essere motivate;

– chi debba controllarne la proporzionalità;

– se sia obbligatorio consultare le associazioni dei tartufai;

– quali garanzie spettino ai proprietari dei terreni;

– come debbano essere rese pubbliche le modalità stabilite.

Ogni azienda potrebbe così adottare regole differenti, creando un mosaico di disposizioni locali difficili da conoscere e rispettare.

Il paradosso del proprietario

Un’azienda faunistico-venatoria può comprendere terreni appartenenti a diversi proprietari. Ed è qui che potrebbe presentarsi uno degli effetti più paradossali della norma.

Il proprietario di un terreno ricadente nel perimetro dell’azienda potrebbe essere costretto a rispettare le modalità stabilite dal concessionario dell’attività venatoria anche per cercare tartufi sul proprio fondo.

Il testo non parla espressamente di un’autorizzazione preventiva e, pertanto, non è corretto affermare che questa sia già prevista. Tuttavia, la genericità della parola “modalità” non consente di escludere condizioni di accesso particolarmente penetranti.

Un soggetto privato finirebbe così per esercitare un potere capace di incidere non soltanto sui tartufai, ma anche sui proprietari delle superfici comprese nell’azienda.

La denuncia delle associazioni dei tartufai

A sollevare il caso sono state la Federazione Nazionale Associazioni Tartufai Italiane, rappresentata da Fabio Cerretano, e l’Associazione Tartufai Italiani, rappresentata da Livio Bianchi.

Nel comunicato congiunto, le due organizzazioni parlano di una norma senza precedenti, capace di decretare «la morte della libera cerca», e invitano i tartufai a contattare i senatori dei propri territori affinché il testo venga modificato.

Le associazioni evidenziano proprio il possibile paradosso del proprietario che, pur disponendo di un terreno produttivo, potrebbe essere sottoposto alle decisioni dell’azienda faunistico-venatoria presente nell’area.

Il comunicato conclude con un appello:

««Speriamo che il Senato, che discuterà a breve il progetto di legge approvato dalla Camera, comprenda le nostre ragioni ed emendi questa stortura».»

L’allarme è comprensibile. La formulazione approvata dalla Camera è troppo generica rispetto all’importanza del potere che verrebbe attribuito alle aziende venatorie.

Il principio della libera raccolta

L’articolo 3 della “legge nazionale 752/1985” (https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1985-12-16;752) stabilisce un principio chiarissimo:

««La raccolta dei tartufi è libera nei boschi e nei terreni non coltivati».»

La raccolta non è libera nelle tartufaie coltivate o controllate regolarmente riconosciute e delimitate con le apposite tabelle. Restano inoltre le limitazioni riguardanti i terreni coltivati e i fondi effettivamente chiusi secondo quanto previsto dalla legge.

L’emendamento non cancella formalmente il principio della libera raccolta, ma gli affianca una nuova e rilevante eccezione: all’interno delle aziende faunistico-venatorie la libertà della cerca verrebbe esercitata secondo modalità decise dalle aziende stesse.

La domanda diventa inevitabile: quanto può essere limitata un’attività definita libera dalla legge prima che quella libertà rimanga soltanto sulla carta?

Il precedente della Corte costituzionale

La questione della ricerca dei tartufi nelle aziende faunistico-venatorie è già arrivata davanti alla Corte costituzionale.

Con la “sentenza n. 328 del 1990” (https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/ECLI%3AIT%3ACOST%3A1990%3A328), la Corte esaminò una normativa umbra che estendeva la libera raccolta anche ai terreni compresi nelle aziende faunistico-venatorie, prevedendo però limiti stabiliti dall’autorità pubblica: autorizzazione della Comunità Montana, numero ristretto di cercatori, turni e accesso nei giorni di silenzio venatorio.

La Corte dichiarò legittima quella disciplina perché coordinava la libera raccolta con le esigenze dell’attività venatoria attraverso regole pubbliche e nel rispetto dei principi della legge nazionale.

Nella sentenza si legge che la legge 752/1985 tutela un patrimonio ambientale di grande valore e anche quella parte della popolazione che nella ricerca e raccolta dei tartufi trova «un motivo di distensione ed anche di integrazione del proprio reddito».

Il precedente è importante per una ragione precisa: la Corte riconobbe la possibilità di coordinare la cerca con la gestione faunistica, ma la regolamentazione esaminata proveniva dalla Regione ed era applicata attraverso un’autorità pubblica. Il nuovo emendamento, invece, affiderebbe direttamente alle aziende private il potere di stabilire le modalità della raccolta.

È una differenza tutt’altro che secondaria.

La norma è incostituzionale?

Non è possibile affermare oggi, in maniera categorica, che l’emendamento sia incostituzionale. Solo la Corte costituzionale potrebbe dichiararlo tale dopo l’eventuale entrata in vigore e all’interno di un giudizio.

Esistono però diversi profili che meritano un serio approfondimento.

Il primo riguarda l’articolo 3 della Costituzione e il principio di ragionevolezza. Tartufai operanti in territori simili potrebbero essere sottoposti a condizioni molto diverse, determinate autonomamente da soggetti privati e senza criteri nazionali sufficientemente precisi.

Il secondo interessa l’articolo 42, relativo alla proprietà privata. Le modalità stabilite dall’azienda potrebbero incidere anche sull’utilizzo di terreni appartenenti a proprietari diversi dal concessionario venatorio.

Un ulteriore problema riguarda il principio di legalità e determinatezza delle sanzioni amministrative. La legge introdurrebbe una sanzione per la violazione di regole il cui contenuto concreto sarebbe stabilito successivamente dalle singole aziende. Occorre quindi chiedersi quanto possa essere ampia la discrezionalità lasciata a un soggetto privato nel determinare obblighi la cui violazione produce conseguenze sanzionatorie.

L’articolo 23 della Costituzione potrebbe inoltre assumere rilievo qualora le aziende introducessero obblighi personali, autorizzazioni onerose, contributi o pagamenti non chiaramente previsti dalla legge. Il testo, va precisato, non autorizza esplicitamente l’imposizione di somme di denaro; proprio per questo qualsiasi interpretazione in tal senso apparirebbe particolarmente discutibile.

Il punto non consiste, quindi, nel proclamare già oggi l’incostituzionalità della norma. Consiste nel domandarsi se sia costituzionalmente ragionevole consegnare a soggetti privati un potere così ampio, accompagnandolo persino con una sanzione, senza indicarne chiaramente i limiti.

Tutelare la fauna senza cancellare i tartufai

Le attività venatorie e la ricerca dei tartufi possono interferire tra loro. Negarlo sarebbe sbagliato. Durante alcune battute di caccia o particolari operazioni di gestione faunistica può essere necessario limitare temporaneamente l’accesso a determinate aree.

Ma un’esigenza reale non giustifica qualsiasi soluzione.

Le restrizioni dovrebbero essere:

– stabilite o approvate da un’autorità pubblica;

– limitate alle aree realmente interessate;

– circoscritte nel tempo;

– adeguatamente motivate;

– proporzionate al rischio concreto;

– pubblicate e facilmente conoscibili;

– adottate dopo avere ascoltato proprietari e associazioni dei tartufai;

– prive di autorizzazioni o costi non espressamente previsti dalla legge.

La convivenza non può essere costruita assegnando tutto il potere a una sola delle parti coinvolte.

Cosa dovrebbe fare il Senato

La soluzione più netta sarebbe eliminare l’articolo contestato.

In alternativa, il Senato dovrebbe riscriverlo completamente, specificando che le aziende possono soltanto proporre limitazioni temporanee e motivate, soggette all’approvazione dell’autorità pubblica competente.

Dovrebbe inoltre essere esclusa esplicitamente la possibilità di introdurre pagamenti, autorizzazioni arbitrarie o divieti generalizzati. Le restrizioni dovrebbero riguardare esclusivamente i giorni, gli orari e le superfici nei quali esista una concreta incompatibilità con le attività di gestione faunistica.

Sarebbe infine necessario prevedere il coinvolgimento obbligatorio delle organizzazioni dei tartufai e dei proprietari interessati.

Queste garanzie permetterebbero di tutelare la fauna e il sottobosco senza svuotare il principio della libera raccolta.

La legge dei bulli

Abbiamo scelto un titolo provocatorio perché il meccanismo previsto dalla norma appare profondamente sbilanciato.

Da una parte ci sono aziende alle quali verrebbe riconosciuto il potere di stabilire le regole. Dall’altra ci sono tartufai obbligati a rispettarle, sotto la minaccia di una sanzione. Nel mezzo rimangono i proprietari dei terreni, che rischiano di essere sottoposti alle decisioni di un soggetto diverso dall’autorità pubblica.

Tutelare l’habitat è un dovere. Coordinare la cerca con le attività venatorie può essere necessario. Trasformare le aziende venatorie nei regolatori della raccolta dei tartufi è un’altra cosa.

I boschi italiani non possono diventare un insieme di piccoli territori governati da regolamenti privati.

La ricerca del tartufo è una tradizione, un’attività economica, una forma di integrazione del reddito e un rapporto antico tra le comunità e il loro territorio. Può essere disciplinata, ma non consegnata nelle mani di una sola categoria.

Il Senato ha ancora la possibilità di correggere questa stortura. È necessario farlo prima che la libera cerca continui a esistere nella legge, ma scompaia nella realtà.

Lo scorzone entra nel bicchiere: 7 cocktail estivi da provare

Siamo abituati a vedere lo scorzone sulla pasta, sulle uova, sulle bruschette o abbinato ai formaggi. Ma se, almeno per una volta, provassimo a servirlo anche nel bicchiere?

Da questa domanda nasce “7 cocktail estivi allo scorzone”, il nuovo mini ricettario digitale gratuito realizzato da andare a tartufi.

L’idea di partenza è tanto semplice quanto originale: utilizzare una lamella di scorzone maturo al posto della classica fetta di limone.

La lamella viene passata delicatamente sul bordo del bicchiere e poi lasciata a contatto con la bevanda. In questo modo il profumo del tartufo accompagna ogni sorso, senza riempire il cocktail di pezzi o coprirlo con preparazioni troppo elaborate.

Una nuova veste per il tartufo estivo

Lo scorzone viene spesso considerato il fratello minore dei tartufi più pregiati. In realtà, proprio la sua delicatezza e la sua stagionalità lo rendono particolarmente adatto alla sperimentazione.

Il suo profumo boschivo può incontrare la freschezza dell’acqua tonica, le bollicine e alcune basi secche e poco aromatiche. Il risultato è un aperitivo insolito, elegante e soprattutto legato all’estate.

Naturalmente è fondamentale utilizzare uno scorzone fresco, sodo e ben maturo, riconoscibile dalla gleba bruno-nocciola attraversata da una fitta marezzatura chiara.

La lamella deve essere larga e sottile, ma non tanto da rompersi. Prima sfiora il bordo del bicchiere, poi viene sistemata contro il vetro proprio come si farebbe con una fetta di limone.

Un piccolo gesto capace di trasformare completamente la presentazione della bevanda.

Sette ricette, dall’analcolico alle bollicine

Il mini ricettario raccoglie sette proposte pensate per l’aperitivo estivo:

– Scorzone Tonic

– Scorzone Gin Tonic

– Vodka Tonic del Cavatore

– Martini del Bosco

– Spritz Bianco allo Scorzone

– Vermouth Tonic della Roverella

– Bollicina Nera

Ogni ricetta contiene le dosi, il tipo di bicchiere consigliato, la preparazione e un piccolo abbinamento gastronomico.

Si parte dalla versione analcolica, fresca ed essenziale, e si arriva a proposte più strutturate ed eleganti. Il filo conduttore resta sempre lo stesso: lasciare allo scorzone il giusto spazio, evitando limone, cetriolo e aromi troppo aggressivi.

Non soltanto una decorazione

La lamella sul bicchiere non è stata pensata soltanto per rendere il cocktail più bello.

Quando avviciniamo il bicchiere alla bocca, il naso incontra per primo il bordo. È proprio lì che lo scorzone lascia il suo profumo. Tenendolo poi sul calice, l’aroma continua ad accompagnare la bevuta.

È un modo semplice e immediato per valorizzare il tartufo estivo e presentarlo sotto una forma nuova, senza snaturarlo.

Forse lo scorzone non era mai stato immaginato così: fresco, frizzante e pronto per l’aperitivo.

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Dal bosco al lavoro: quali opportunità professionali può avere un tartufaio?

Dal bosco al lavoro: quali opportunità professionali può avere un tartufaio?

La cerca del tartufo non è soltanto una passione. Esperienza, conoscenza del territorio e capacità di riconoscere il prodotto possono aprire nuovi sbocchi nella tartuficoltura, nel turismo e nella ristorazione

Quando si parla di tartufai, l’immagine che viene subito in mente è quella di una persona che cammina nel bosco insieme al proprio cane, alla ricerca di un prodotto raro e prezioso.

È un’immagine corretta, ma incompleta.

Dietro la raccolta del tartufo esiste infatti un patrimonio di conoscenze molto più ampio: riconoscimento delle specie, lettura del territorio, conoscenza delle piante simbionti, conduzione del cane, rispetto dell’ambiente, conservazione del prodotto e comprensione delle diverse stagioni di raccolta.

Competenze che, se opportunamente valorizzate, possono diventare anche una professione.

Per raccogliere tartufi bisogna superare un esame

C’è un punto che spesso viene dimenticato: la raccolta dei tartufi non è un’attività completamente libera e improvvisata.

Per poterla praticare regolarmente è necessario ottenere l’apposito tesserino, secondo le modalità stabilite dalle singole Regioni. In Abruzzo, per esempio, il rilascio del tesserino è subordinato al superamento di un esame organizzato con il coinvolgimento degli organi forestali competenti.

Il candidato deve dimostrare di conoscere le principali specie di tartufo, i periodi di raccolta, le modalità corrette di cerca e cavatura, le norme da rispettare e i comportamenti necessari per non danneggiare l’ambiente tartufigeno.

Questo significa che il tartufaio autorizzato non è semplicemente una persona che possiede un cane e un vanghetto.

È una persona che ha affrontato un percorso di preparazione, sostenuto una prova e ottenuto un’autorizzazione.

In altre parole, possiede già una prima forma di competenza riconosciuta.

Il problema è che queste conoscenze vengono quasi sempre utilizzate esclusivamente per andare nel bosco, mentre potrebbero trovare applicazione in numerosi altri settori.

Guida nelle esperienze turistiche dedicate al tartufo

Uno degli sbocchi più interessanti riguarda il turismo esperienziale.

Agriturismi, strutture ricettive, ristoranti e operatori turistici propongono sempre più spesso giornate dedicate alla cerca del tartufo, con passeggiate nel bosco, dimostrazioni con il cane, degustazioni e racconti legati alla cultura del territorio.

In questo contesto il tartufaio può diventare una figura centrale.

Non deve limitarsi a trovare il prodotto, ma deve essere capace di spiegare:

– come lavora il cane;

– quali alberi possono ospitare il tartufo;

– come si riconoscono gli ambienti produttivi;

– perché bisogna richiudere correttamente la buca;

– quali differenze esistono tra le varie specie;

– come cambia la cerca durante l’anno.

La giornata nel bosco può così trasformarsi in una vera esperienza culturale e naturalistica.

Il tartufaio diventa una sorta di interprete del territorio: accompagna il visitatore, racconta il bosco e rende visibile un mondo che normalmente rimane nascosto sotto terra.

Per svolgere professionalmente questa attività è naturalmente necessario verificare gli adempimenti previsti per l’accompagnamento turistico, la sicurezza, l’assicurazione e l’inquadramento fiscale.

Ma la conoscenza fondamentale, quella del tartufo e del suo ambiente, è già nelle mani del cercatore.

Affiancare i proprietari delle tartufaie

Un altro settore nel quale l’esperienza pratica può avere un grande valore è quello della tartuficoltura.

Chi possiede un terreno o vuole realizzare una tartufaia spesso si concentra esclusivamente sull’acquisto delle piante micorrizate. La riuscita di un impianto, però, dipende anche dalla scelta del terreno, dalla gestione della vegetazione, dall’acqua disponibile, dalla manutenzione e dalla capacità di osservare ciò che accade nel tempo.

Il tartufaio esperto conosce molti di questi aspetti perché li incontra quotidianamente nel bosco.

Sa riconoscere:

– le piante potenzialmente simbionti;

– le caratteristiche di un ambiente favorevole;

– l’esposizione del terreno;

– le aree troppo chiuse dalla vegetazione;

– i segnali di attività produttiva;

– i danni provocati da una raccolta aggressiva;

– le differenze tra un terreno vivo e uno degradato.

Non può sostituire l’agronomo, il forestale o il tecnico abilitato nella progettazione di un impianto. Può però affiancarli con una conoscenza pratica spesso difficile da acquisire sui libri.

Il miglior modello potrebbe essere proprio la collaborazione tra diverse figure: tecnico, vivaista e tartufaio.

Il primo analizza e progetta, il secondo fornisce piante controllate, il terzo porta l’esperienza concreta del bosco e della raccolta.

La filiera del tartufo viene ormai affrontata come un settore complesso, nel quale entrano in contatto tartufai, tartuficoltori, vivaisti, agronomi, operatori agroalimentari e professionisti del turismo. Anche il CREA ha sviluppato percorsi dedicati alla gestione delle tartufaie e alle diverse fasi che vanno dal bosco alla tavola.

Collaborare nella manutenzione degli impianti

Accanto alla consulenza può nascere anche un’attività più operativa.

Le tartufaie hanno bisogno di essere seguite nel tempo. Può essere necessario controllare la vegetazione, mantenere accessibili le aree produttive, monitorare le piante, osservare il terreno, effettuare una raccolta controllata e segnalare eventuali problemi.

Un tartufaio potrebbe quindi collaborare come operatore specializzato nella manutenzione e nel monitoraggio delle tartufaie.

Non si tratterebbe soltanto di raccogliere il prodotto, ma di seguire l’ambiente dal quale quel prodotto nasce.

Anche in questo caso servirebbero una preparazione aggiuntiva e una chiara divisione delle responsabilità con i tecnici, ma l’esperienza maturata durante anni di cerca rappresenterebbe un punto di partenza importante.

Selezionatore e valutatore del prodotto fresco

Chi raccoglie tartufi da molti anni sviluppa spesso una sensibilità particolare verso il prodotto.

Impara a distinguere un tartufo maturo da uno ancora acerbo, una buona profumazione da un aroma debole, una pezzatura commerciale da una meno interessante. Riconosce i difetti, le rotture, i segni di deterioramento e le differenze tra tartufi raccolti in ambienti diversi.

Queste competenze possono essere utili alle aziende che acquistano, selezionano e commercializzano tartufo fresco.

Un cercatore esperto potrebbe lavorare o collaborare come:

– addetto al ricevimento della materia prima;

– selezionatore;

– responsabile degli acquisti dai cavatori;

– valutatore della qualità;

– addetto alla suddivisione per specie e pezzatura;

– consulente per il prodotto fresco.

Un errore nella valutazione di un tartufo può costare molto. Per questo la conoscenza diretta della materia prima può avere un valore economico reale.

Il tartufaio conosce il prodotto prima che arrivi sul banco, nel laboratorio o nella cucina. Sa da dove viene e comprende quanto rapidamente possa perdere peso, profumo e valore.

Il tartufaio nella ristorazione

Anche il mondo della ristorazione può rappresentare uno sbocco.

Molti ristoranti utilizzano il tartufo, ma non sempre il personale possiede una conoscenza approfondita delle specie, dei periodi di maturazione, delle modalità di conservazione o del corretto utilizzo in cucina.

Un tartufaio esperto può affiancare ristoratori e cuochi nella scelta del prodotto fresco, aiutandoli a evitare acquisti sbagliati e a utilizzare ogni specie nel modo più adatto.

Potrebbe occuparsi di:

– selezione dei fornitori;

– controllo della qualità alla consegna;

– riconoscimento delle specie;

– gestione e conservazione;

– formazione del personale di sala;

– presentazione del prodotto al cliente;

– organizzazione di serate e menù tematici;

– collegamento diretto tra ristorante e territorio.

In una cena dedicata al tartufo, il cercatore può inoltre diventare parte dell’esperienza.

Può raccontare dove nasce il prodotto, come avviene la cerca, perché una stagione è diversa dall’altra e quali condizioni ambientali incidono sulla produzione.

Il tartufo, in questo modo, non arriva semplicemente sul piatto: porta con sé una storia.

Formazione del personale di sala e di vendita

Il tartufaio può trovare spazio anche nella formazione.

Un cameriere che propone un piatto al tartufo dovrebbe sapere quale specie viene utilizzata. Un addetto alle vendite dovrebbe saper spiegare le differenze tra fresco e conservato. Un ristoratore dovrebbe conoscere i tempi di deperimento e le corrette condizioni di conservazione.

Sono conoscenze che un cercatore esperto può trasferire attraverso brevi corsi rivolti a:

– ristoranti;

– gastronomie;

– negozi di prodotti tipici;

– agriturismi;

– strutture ricettive;

– personale commerciale;

– addetti alle fiere e agli eventi.

Non servono necessariamente lezioni teoriche particolarmente complesse.

Può essere sufficiente insegnare a riconoscere le specie principali, comprendere i calendari, valutare il profumo, conservare correttamente il prodotto e comunicarlo senza promettere ciò che il tartufo non può offrire.

Addestramento e conduzione del cane

Il cane rappresenta una parte essenziale dell’attività del tartufaio.

Chi ha esperienza nella preparazione e nella conduzione di più cani può trasformare questa capacità in un servizio rivolto ad altri cercatori.

Gli sbocchi possono riguardare:

– avviamento dei cuccioli;

– lezioni individuali;

– formazione del binomio cane-conduttore;

– correzione di errori nella cerca;

– giornate pratiche sul campo;

– valutazione delle attitudini del cane;

– assistenza ai principianti.

Addestrare un cane da tartufo non significa soltanto insegnargli a riconoscere un odore.

Significa creare motivazione, evitare comportamenti scorretti, sviluppare il richiamo, migliorare il rapporto con il conduttore e lavorare in sicurezza.

Anche qui l’esperienza deve essere trasformata in metodo. Essere un buon tartufaio non significa automaticamente essere un buon insegnante, ma chi possiede entrambe le capacità può costruire un’attività professionale concreta.

Collaborare con fiere, comuni e associazioni

Il tartufo è anche cultura, identità territoriale e promozione locale.

Comuni, associazioni e organizzatori di eventi possono avere bisogno di tartufai per:

– dimostrazioni di cerca;

– incontri con le scuole;

– laboratori didattici;

– giornate ambientali;

– eventi gastronomici;

– degustazioni;

– presentazioni delle specie locali;

– iniziative dedicate alla tutela dei boschi.

In queste occasioni il tartufaio non vende soltanto un prodotto. Trasmette un patrimonio di conoscenze e contribuisce a costruire una maggiore consapevolezza intorno alla raccolta.

Può spiegare, per esempio, perché non bisogna utilizzare attrezzi inadeguati, perché le buche devono essere richiuse e perché il rispetto dei calendari è essenziale per preservare gli ambienti produttivi.

Un possibile ruolo professionale: l’operatore della filiera tartuficola

Oggi la figura del tartufaio viene ancora considerata quasi esclusivamente in relazione alla raccolta.

Una visione più moderna dovrebbe invece parlare di operatore della filiera tartuficola.

Una persona capace di mettere insieme:

– esperienza nella cerca;

– conoscenza del cane;

– riconoscimento delle specie;

– lettura del territorio;

– valutazione della qualità;

– nozioni di conservazione;

– capacità di raccontare il prodotto;

– rapporto con tartuficoltori, ristoratori e turisti.

Naturalmente nessun tartufaio possiede automaticamente tutte queste competenze.

Per svolgere alcune attività sono necessari corsi, autorizzazioni, assicurazioni, conoscenze commerciali o collaborazioni con professionisti qualificati.

Il punto, però, è un altro.

Il tartufaio non parte da zero.

Parte da anni di esperienza sul terreno, da un esame sostenuto, da un tesserino ottenuto e da un patrimonio di conoscenze che troppo spesso viene considerato soltanto come un passatempo.

La raccolta può essere il punto di partenza, non quello di arrivo

La cerca del tartufo continuerà a rimanere il cuore di questo mondo.

Ma intorno a essa può svilupparsi un sistema di opportunità più ampio: turismo, ristorazione, tartuficoltura, selezione del prodotto, formazione, addestramento e tutela ambientale.

Non tutti i tartufai vorranno trasformare la propria esperienza in un lavoro. Molti continueranno giustamente a vivere la cerca come passione, tradizione familiare o integrazione del reddito.

Chi desidera farne una professione, però, dovrebbe iniziare a considerare il proprio bagaglio di conoscenze sotto una luce diversa.

Perché saper trovare un tartufo non significa soltanto conoscere il punto nel quale scavare.

Significa saper leggere il bosco, comprendere il cane, riconoscere un prodotto prezioso e custodire un sapere che può essere utile a un’intera filiera.

E tutto questo, nel mondo del lavoro, può avere un valore.

andare a tartufi Magazine , la nuova rivista trimestrale dedicata al mondo del tartufo

“andare a tartufi”, la nuova rivista trimestrale dedicata al mondo del tartufo

C’è un momento in cui una notizia non basta più.

Non basta un post letto velocemente, una fotografia osservata per pochi secondi o un articolo dimenticato subito dopo averlo condiviso. Alcuni argomenti hanno bisogno di spazio, tempo e profondità.

Da questa esigenza nasce “andare a tartufi”, la nuova rivista trimestrale dedicata al tartufo, ai boschi, ai territori e alle persone che ogni giorno vivono questo mondo.

Dopo anni di informazione online, abbiamo deciso di creare qualcosa di diverso: una pubblicazione da leggere lentamente, conservare e riprendere in mano nel tempo.

La rivista non parlerà soltanto del tartufo come prodotto. Racconterà tutto ciò che lo rende possibile: il terreno, le piante, l’acqua, il clima, il lavoro dei tartufai, il rapporto con il cane, le tradizioni, il mercato e la cultura dei territori.

Ogni numero sarà costruito intorno a pochi grandi argomenti, affrontati senza fretta attraverso approfondimenti, testimonianze, immagini e riflessioni.

  • Il cuore del primo numero

Il primo numero, previsto per l’autunno 2026, avrà come tema centrale il tartufo bianco.

Il titolo del grande dossier sarà:

NON SI COLTIVA. SI CREA.

Il tartufo bianco e la verità che stiamo evitando

Da anni si parla della possibilità di coltivare il tartufo bianco. Ma forse la vera domanda non è come coltivarlo.

Forse la domanda è: come possiamo creare nuovamente le condizioni ambientali che gli permettono di nascere?

Il dossier parlerà di terreno, acqua, piante simbionti, microclima, vecchie tartufaie abbandonate, trasformazioni del paesaggio ed errori commessi nel corso degli anni.

Non cercheremo formule miracolose. Cercheremo di comprendere il confine tra ciò che l’uomo può fare e ciò che deve ancora affidare alla natura.

Gli altri temi

Accanto al grande dossier sul tartufo bianco, il primo numero affronterà altri quattro argomenti.

Il bosco che verrà racconterà come siccità, incendi, abbandono e cambiamenti climatici stanno modificando i territori tartufigeni.

Quanto vale davvero un tartufo? seguirà il prodotto dal cavatore fino al commerciante e al ristorante, cercando di comprendere come si forma realmente il suo prezzo.

Il cane prima del tartufo sarà dedicato al rapporto tra uomo e animale, andando oltre il semplice addestramento per parlare di fiducia, esperienza, responsabilità e vecchiaia.

L’Italia sotterranea sarà invece un viaggio nei territori italiani del tartufo. La prima tappa partirà dall’Abruzzo, tra montagne, colline, tradizioni e luoghi ancora poco raccontati.

Una rivista digitale da conservare

“andare a tartufi” vuole essere una rivista autorevole ma accessibile, capace di parlare ai tartufai, agli appassionati, agli operatori del settore e a chiunque desideri conoscere meglio questo patrimonio.

Non sarà una raccolta di contenuti già pubblicati.

Sarà un progetto editoriale nuovo, con una propria identità, una propria voce e un obiettivo preciso: raccontare il mondo del tartufo con la profondità che merita.

Perché il tartufo non è soltanto ciò che troviamo sotto terra.

È il bosco che lo rende possibile.

È il cane che lo cerca.

È la persona che lo riconosce.

È il territorio che lo custodisce.

Il primo numero arriverà nell’autunno 2026.

Questo è soltanto il primo assaggio.

Non pubblicheremo tutto. Pubblicheremo soltanto ciò che merita di restare.

Piemonte, via al riconoscimento delle associazioni dei tartufai : domande entro il 30 settembre

Piemonte, via al riconoscimento delle associazioni dei cercatori di tartufo: domande entro il 30 settembre

La Regione Piemonte apre ufficialmente le candidature per il riconoscimento delle associazioni dei raccoglitori e cercatori di tartufo. Un passaggio che rafforza il ruolo delle associazioni nella tutela del patrimonio tartufigeno regionale.

La Regione Piemonte ha pubblicato un nuovo avviso pubblico per il riconoscimento delle associazioni dei raccoglitori o cercatori di tartufo, in attuazione dell’articolo 12 della Legge Regionale n. 16/2008. Le domande potranno essere presentate fino al 30 settembre 2026.

L’iniziativa non prevede contributi economici diretti, ma rappresenta un importante passaggio istituzionale per le associazioni che operano nel settore tartufigeno piemontese.

Per ottenere il riconoscimento regionale, le associazioni dovranno possedere specifici requisiti, tra cui l’assenza di fini di lucro, un numero minimo di 50 soci e la presenza, tra gli associati, di cercatori in possesso del tesserino di idoneità, proprietari di terreni tartufigeni o conduttori di tartufaie riconosciute.

Il riconoscimento consentirà alle associazioni di diventare interlocutori ufficiali della Regione nelle politiche dedicate al tartufo, favorendo la partecipazione ai tavoli di confronto e ai futuri programmi di valorizzazione del settore.

Il Piemonte continua così a confermare la propria attenzione verso uno dei prodotti simbolo del territorio, puntando su una gestione sempre più organizzata delle associazioni che rappresentano i cercatori e contribuiscono alla tutela degli ambienti naturali vocati alla produzione del tartufo.

L’avviso è stato approvato con la Determinazione Dirigenziale n. 525/A1614A del 16 luglio 2026 ed è stato pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte il 23 luglio 2026.

Quotazioni Tartufo Estivo 2026

Quotazioni Tartufo Scorzone  (Tuber Aestivum) – I prezzi sotto elencati sono indicativi e al chilo, calcolati in base alla media nazionale aggiornati al

22/07/26

Pezzature

Piccola Da 0 a 19 grammi
Media Da 20 a 49 grammi
Grande Da 50 a Salire

Prezzi al Cavatore

Forbice di prezzo per categorie di peso

Minima € 30*

Massima €80**

* Minima = Da 0 a 19 grammi — ** Massima = Da 50 grammi a salire.

Partite miste

Medio-  Piccola

€ 41

Media – Grande

€ 67

Piccola – Grande

€ 54

Forbice di prezzo per pezzature miste

Minima € 48

Massima € 61

Prezzi al consumatore

Piccola

€ 62

Media

€ 120

Grande

€ 176

I prezzi sopra elencati sono da considerarsi approssimativi e potrebbero variare anche nell’arco di 24 ore

Fasi lunari Agosto 2026

AGOSTO 2026: IL CALENDARIO DEI GIORNI IDEALI

Anche per il mese di agosto 2026 torna il nostro calendario dedicato alle fasi lunari e ai giorni che, secondo la tradizione e l’esperienza di molti tartufai, sono ritenuti più favorevoli per la ricerca del tartufo.

Nel calendario troverai evidenziati i principali cambi di fase della Luna e i giorni che abbiamo selezionato come riferimento per programmare le uscite nel bosco.

Come sempre, si tratta di una tradizione tramandata nel tempo, che ogni cercatore interpreta in base alla propria esperienza, al territorio, al meteo e alle condizioni del bosco.

Raccoglie tartufi in un’area demaniale: denunciato un sessantenne, sequestrato anche il cane

Lo hanno sorpreso alle prime ore del mattino con il cane, il vanghetto e circa un chilogrammo di tartufi appena raccolti. Un sessantenne della Valtiberina è ora indagato perché avrebbe svolto l’attività di ricerca all’interno di un terreno demaniale nel quale non era autorizzato a entrare.

Il controllo è avvenuto nell’area utilizzata dall’Istituto professionale per l’Agricoltura e lo Sviluppo rurale Camaiti di Pieve Santo Stefano.

Due le contestazioni mosse nei confronti dell’uomo: l’ingresso abusivo in un fondo altrui recintato, previsto dall’articolo 637 del Codice penale, e il furto, ai sensi dell’articolo 624, aggravato dal fatto che i tartufi sarebbero stati prelevati da un terreno appartenente allo Stato.

È probabile che i movimenti del sessantenne fossero osservati già da qualche tempo, forse in seguito a una segnalazione. Nei giorni scorsi, infatti, i Carabinieri forestali di Pieve Santo Stefano hanno effettuato un controllo nelle prime ore della giornata, in un orario compatibile con il presunto accesso abusivo oltre la recinzione.

Dopo l’identificazione è scattata la denuncia. I militari hanno inoltre sequestrato il tartufo raccolto — circa un chilogrammo, probabilmente scorzone —, il vanghetto utilizzato per l’estrazione e anche il cane che accompagnava il cercatore.

È proprio il coinvolgimento dell’animale a rappresentare uno degli aspetti più singolari e delicati della vicenda. Il cane, estraneo alle responsabilità contestate al proprietario, è stato formalmente sottoposto a sequestro, pur rimanendo affidato allo stesso padrone.

Il provvedimento è stato applicato in maniera rigorosa, considerando presumibilmente l’animale come parte dell’attrezzatura impiegata durante la presunta attività illecita. La difesa ha già annunciato un’istanza per ottenerne il dissequestro.

Il fascicolo è seguito dalla sostituta procuratrice della Repubblica di Arezzo Julia Maggiore. Il sessantenne, residente a Pieve Santo Stefano, è assistito dagli avvocati Lucio Massimo Zanelli e Maria Rita Argilia.

Il terreno nel quale si è svolto il controllo è utilizzato dall’Istituto Camaiti per attività formative e laboratori didattici. La scuola opera frequentemente nelle aree demaniali e nelle foreste gestite dai Carabinieri per la Biodiversità e dall’Unione dei Comuni della Valtiberina Toscana.

La vicenda, emersa nello scorso fine settimana, dovrà ora essere ricostruita e valutata in tutti i suoi aspetti. Le accuse restano da accertare e sarà la magistratura a stabilire se l’ingresso nel fondo e la raccolta dei tartufi siano effettivamente avvenuti in violazione delle norme.

Resta intanto il caso del cane, coinvolto suo malgrado in un procedimento giudiziario nato dalla condotta attribuita al proprietario e diventato, insieme al tartufo e al vanghetto, oggetto di un provvedimento di sequestro.

Le sorelle del Po: i pioppi che piangono ambra e custodiscono il re dei tartufi

C’è un momento, lungo le rive del Po, in cui il vento attraversa le foglie dei pioppi e produce un suono difficile da descrivere. Per qualcuno è soltanto il fruscio delle fronde. Per altri è il sussurro di una storia antica, vecchia di migliaia di anni.

La leggenda racconta che tutto ebbe inizio con Fetonte, il giovane figlio del Sole che volle guidare il carro infuocato del padre. L’impresa si trasformò presto in tragedia: il cielo si incendiò, la Terra bruciò e Zeus, per salvare il mondo, scagliò il suo fulmine. Fetonte precipitò nell’Eridano, il fiume che molti autori dell’antichità identificarono con il Po.

Sulle sue rive arrivarono le sorelle, le Eliadi.

Piansero così a lungo che gli dèi decisero di trasformarle in pioppi. Da allora le loro lacrime non sarebbero più state d’acqua, ma d’ambra, mentre il loro pianto sarebbe rimasto per sempre nel fruscio delle foglie mosse dal vento.

È una leggenda.

Eppure, quando si cammina in un vecchio pioppeto all’alba, con la nebbia che accarezza il fiume, è facile capire perché sia sopravvissuta fino ai nostri giorni.

Perché il Po custodisce ancora un altro segreto.

Non uno di quelli che hanno bisogno di essere raccontati.

Uno di quelli che si tramandano in silenzio, tra il respiro del cane e il rumore degli stivali sull’erba bagnata.

Chi ha seguito un cane in un vecchio pioppeto sa che lì c’è qualcosa di diverso. Il silenzio è più profondo. L’aria cambia odore con le stagioni. Le radici sembrano custodire una promessa.

È difficile spiegarlo a chi non ha mai aspettato quel momento in cui il cane rallenta, gira su sé stesso, abbassa il muso… e il cuore comincia a battere un po’ più forte.

Forse è proprio per questo che gli antichi immaginarono il tartufo come un dono del cielo.

Dicevano che nascesse là dove il fulmine di Zeus aveva baciato la terra.

Una leggenda, certo.

Eppure ogni tartufaio conosce quei luoghi dove sembra che il tempo si sia fermato. C’è sempre un vecchio pioppo, un’ombra familiare, una curva del fiume, un angolo di bosco che nessuna mappa potrà mai raccontare davvero.

Luoghi che si rispettano.

Luoghi che non si dimenticano.

E allora viene quasi naturale pensare che quei pioppi, nati dal pianto delle sorelle di Fetonte, abbiano continuato per secoli a custodire quel segreto.

Non parlano.

Non indicano la strada.

Ma osservano in silenzio ogni cane che si ferma, ogni vanghetto che affonda nella terra, ogni sorriso che nasce ancora prima che il tartufo venga liberato dal terreno.

Oggi il Piemonte, culla di alcuni dei tartufi più celebri del mondo, torna purtroppo a fare i conti con gli incendi che feriscono boschi e montagne.

Il mito non spiega la realtà, ma ci ricorda quanto il fuoco abbia sempre accompagnato il destino delle foreste. Un tempo era quello del carro di Fetonte. Oggi è quello che lascia dietro di sé alberi anneriti e paesaggi feriti.

Forse è anche per questo che i vecchi pioppi del Po ci emozionano ancora.

Perché hanno visto scorrere secoli di storia, hanno ascoltato il pianto delle sorelle trasformate in alberi e, secondo la leggenda, hanno accolto il fulmine di Zeus.

E da allora continuano a custodire, in silenzio, il segreto più prezioso del bosco.

La prossima volta che passerete accanto a un vecchio pioppo lungo il Po, fermatevi un istante.

Ascoltate il vento tra le foglie.

Chissà…

Forse non è soltanto il rumore del fiume.

Forse sono ancora le sorelle di Fetonte che vegliano sui passi dei tartufai.

Marche, il tesserino non basta: fino a 100 euro per cercare tartufi nei boschi demaniali

  1. C’è una domanda che molti tartufai si stanno facendo in queste settimane e che merita una riflessione senza pregiudizi.

Nelle Marche, per accedere ad alcune foreste demaniali regionali dell’Unione Montana del Catria e Nerone non basta più essere in possesso del tesserino di idoneità ed essere in regola con la tassa regionale annuale: è richiesta anche una concessione a pagamento

Quanto costa?

Il costo è di 100 euro per ogni area demaniale richiesta.

Per eventuali concessioni aggiuntive, il canone viene ridotto del 50%.

unionemontana.altavalledelmetauro.pu.it

Quanti permessi saranno rilasciati?

L’Unione Montana ha fissato un numero massimo di concessioni:

Monte Petrano/Fosto: 50

Monte Catria/Forcello: 50

Bocca Seriola ex Dorelli: 300

Monte Martello: 300

Furlo (Pietralata, Paganuccio e Arcello): 200

In totale si parla di 900 concessioni disponibili.

Nessuno mette in discussione la necessità di proteggere il patrimonio tartufigeno.

Ma il dubbio è un altro.

Il tartufaio ha già:

superato un esame;

ottenuto il tesserino;

pagato la tassa regionale annuale (92,96 euro nel 2026 nelle Marche).

Regione Marche

Ora, per entrare in un bosco demaniale, deve sostenere anche un ulteriore costo.

si tratta davvero di uno strumento di tutela oppure di un ulteriore balzello per chi è già perfettamente in regola?

Un precedente da osservare con attenzione

La questione non riguarda soltanto questi boschi.

Se oggi si introduce una concessione a pagamento per alcune foreste demaniali, domani questo modello potrebbe essere esteso ad altri comprensori?

È questo il punto che preoccupa molti cercatori.

Perché il rischio, almeno teorico, è che il semplice possesso del tesserino non sia più sufficiente per esercitare la cerca ovunque sia presente un demanio pubblico.

Va detto che l’Unione Montana motiva la concessione come uno strumento di gestione delle foreste demaniali, limitando il numero degli accessi e disciplinando l’utilizzo delle aree. Non si tratta quindi di un nuovo tesserino, ma di un’autorizzazione specifica per determinati boschi.

La tutela del patrimonio tartufigeno è un obiettivo condivisibile.

Ma è altrettanto legittimo chiedersi se il modo migliore per raggiungerlo sia introdurre un nuovo costo per chi già paga la tassa regionale e rispetta la normativa.

Il tema merita un confronto serio tra istituzioni, associazioni e tartufai.

Perché la domanda finale resta una sola:

**stiamo assistendo a una misura eccezionale per proteggere alcune foreste particolarmente delicate, oppure all’inizio di un modello destinato a cambiare profondamente il modo di andare a tartufi in Italia?**