Elogio Al Tartufo Scorzone
ELOGIO ALLO SCORZONE
Non nasce per essere ammirato.
Non nasce per essere venduto all’asta.
Non nasce per fare inchinare nessuno.
Nasce sotto una terra spaccata.
Sotto un sole che non perdona.
Sotto un cielo che non promette niente.
Lo chiamano scorzone
per quella scorza dura,
rugosa,
quasi cattiva.
Ma non è cattivo.
È sopravvissuto.
Non è elegante come i tartufi da copertina.
Non è aristocratico.
Non è snob.
È il tartufo dei principianti.
Dei poveri.
Degli ostinati.
È quello che ti fa diventare tartufaio
prima ancora che tu lo sappia.
Lo cerchi quando il bosco tace.
Quando l’aria trema di calore.
Quando il cane ha la lingua fuori
e ti guarda come a dire:
“Sei sicuro?”
Lo cerchi all’alba,
o quando il giorno muore.
Lo cerchi con la sete nelle ossa.
È il più cavato.
Il più trafficato.
Il più ignorato.
Eppure è lui che regge l’equilibrio.
Perché non chiede reverenza.
Chiede rispetto.
Cavare scorzone
non è un gesto romantico.
È ginocchia nella polvere.
È mani nella terra calda.
È occhi bassi.
È silenzio.
È accettare che il bosco
non ti deve nulla.
E quando lo trovi —
nero fuori, chiaro dentro —
capisci una cosa semplice
e crudele:
La durezza non è arroganza.
È difesa.
La scorza è corazza.
Come quella dell’uomo
che ha imparato a non lamentarsi.
Lo scorzone si cerca quando
CANI, UOMINI E TERRA HANNO SETE.
E in quella sete
c’è verità.
Non c’è gloria.
Non c’è oro.
Non c’è vanità.
Solo respiro.
Solo fatica.
Solo presenza.
Lo scorzone
non vuole essere amato.
Vuole essere capito.
E chi lo capisce
non torna più indietro.

