NASCE IN ABRUZZO L’IDEA DI UN CONSORZIO DEI TARTUFAI: MA PUÒ FUNZIONARE DAVVERO?

 

Nel mondo del tartufo abruzzese torna a farsi strada una proposta destinata a far discutere: creare una rete organizzata di cavatori in grado di incidere realmente sul prezzo dello scorzone, contrastando quello che molti definiscono un “mercato bloccato” attorno ai 50 euro al chilo.

 

L’idea, rilanciata negli ultimi giorni attraverso gruppi social e WhatsApp dedicati ai cavatori, nasce da un malcontento ormai diffuso. Secondo i promotori, il problema principale sarebbe rappresentato dal ruolo dell’industria conserviera e dei grossisti, accusati di mantenere artificialmente basso il valore dello scorzone grazie alla possibilità di assorbire grandi quantitativi destinati alla trasformazione industriale.

 

Il ragionamento è semplice: se il tartufo fresco non trova collocazione immediata nel circuito della ristorazione, il prodotto viene destinato all’industria per salse, creme e trasformati. Questo meccanismo, secondo alcuni cavatori, avrebbe creato negli anni una sorta di “prezzo pavimento”, rendendo difficile superare determinate soglie economiche anche nei momenti di maggiore qualità o scarsità del prodotto.

 

Da qui nasce la proposta: unirsi, fare massa critica e stabilire una base minima condivisa sotto la quale non vendere.

 

Un’idea che, almeno sul piano teorico, affascina molti cavatori. Soprattutto in un periodo storico in cui aumentano i costi di gestione: carburante, attrezzature, spostamenti e soprattutto mantenimento dei cani da tartufo. Per diversi raccoglitori, 50 euro al chilo vengono ormai percepiti come una cifra insufficiente persino a coprire le spese vive della stagione.

 

Ma trasformare il malcontento in una vera struttura commerciale è tutt’altra cosa.

 

Perché nel momento in cui si parla di “consorzio”, il discorso cambia radicalmente. Non si tratta più soltanto di un gruppo Telegram o WhatsApp dove pubblicare fotografie del raccolto giornaliero. Un consorzio, o comunque una realtà organizzata, richiede continuità operativa, soci, gestione fiscale, rapporti commerciali, logistica, selezione del prodotto e soprattutto capacità di garantire forniture costanti.

 

Il mercato professionale, infatti, non acquista slogan ma affidabilità.

 

Ristoranti, distributori e operatori del settore chiedono consegne rapide, standard qualitativi precisi e continuità nelle forniture. E qui emerge uno dei nodi centrali della questione: molti cavatori svolgono l’attività in modo individuale o occasionale. Trovare il tartufo è una cosa; gestire quotidianamente una filiera commerciale è un’altra.

 

Chi lava il prodotto?

Chi seleziona le pezzature?

Chi fattura?

Chi risponde alle contestazioni?

Chi organizza spedizioni giornaliere?

E soprattutto: il cliente finale è disposto a rivolgersi a decine di piccoli raccoglitori diversi oppure preferirà continuare ad affidarsi a chi centralizza già il servizio?

 

Sono domande concrete che spiegano perché, nel tempo, il ruolo del grossista sia diventato centrale nel settore.

 

Questo non significa che il sistema attuale non presenti squilibri o criticità. Molti cavatori lamentano da anni margini troppo bassi rispetto ai prezzi finali praticati sul fresco. Tuttavia, il mercato del tartufo resta influenzato da numerosi fattori: disponibilità di prodotto, domanda reale, importazioni estere, concorrenza di altre regioni, capacità commerciale e presenza dell’industria di trasformazione.

 

Pensare di modificare questi equilibri esclusivamente attraverso un accordo tra cavatori potrebbe rivelarsi più complesso del previsto.

 

Resta però un dato interessante: il fatto stesso che in Abruzzo si torni a parlare apertamente di organizzazione collettiva dimostra un crescente disagio economico all’interno del comparto. E forse è proprio questo il segnale più importante.

 

Perché al di là del fatto che il progetto riesca o meno, il messaggio che emerge è chiaro: una parte del mondo del tartufo non vuole più limitarsi a subire il mercato, ma prova — nel bene o nel male — a ragionare su nuovi modelli di filiera.

Tuber indicum: il fantasma che aleggia sulle tartufaie italiane

 

Da anni nel mondo del tartufo esiste una parola che riesce ancora a dividere cavatori, vivaisti, commercianti e tartuficoltori:
Tuber indicum.

Per qualcuno è semplicemente una specie estera presente sul mercato globale.
Per altri è invece una minaccia biologica, commerciale e culturale destinata a cambiare per sempre il volto del tartufo italiano.

Negli ultimi giorni, complice anche la puntata di Report dedicata alla tracciabilità del tartufo, il tema è tornato violentemente al centro del dibattito.

Ma la verità è che questa storia non nasce oggi.

Il precedente che il settore non ha mai dimenticato

Negli anni passati, durante alcune discussioni sulla riforma della legge quadro sul tartufo, nel settore esplose una polemica enorme legata alla possibilità di consentire — direttamente o indirettamente — l’impiego commerciale del Tuber indicum.

Si parlava di:

  • trasformazione industriale,

  • sterilizzazione,

  • conservazione,

  • commercializzazione nei trasformati,

  • e persino del rischio legato alle piante micorrizate.

Per molti operatori quello scenario rappresentava una semplice regolamentazione di un fenomeno già esistente.
Per altri, invece, era il primo passo verso lo “sdoganamento” definitivo del tartufo cinese in Italia.

Ed è qui che il dibattito si trasformò quasi in uno scontro ideologico.

Perché il Tuber indicum spaventa così tanto?

Per comprenderlo bisogna partire da un fatto:

il Tuber indicum non è percepito soltanto come un prodotto importato.

Nel settore viene spesso visto come una specie aliena capace di:

  • entrare nel mercato italiano,

  • creare confusione commerciale,

  • e potenzialmente interferire con ecosistemi e tartufaie.

La grande paura storica riguarda soprattutto il rapporto con il Tuber melanosporum.

Le due specie possono infatti apparire molto simili a un occhio inesperto, soprattutto dopo lavorazioni industriali, conservazione o utilizzo in trasformati.

Ma il valore commerciale e aromatico è completamente diverso.

Ed è proprio qui che nasce il timore:
se il consumatore non distingue più cosa sta acquistando, cosa accade al mercato del nero pregiato italiano?

Le tartufaie “infettate”: realtà, paura o leggenda di settore?

Da anni nel mondo della tartuficoltura circolano racconti, accuse e sospetti legati a:

  • piante micorrizate male,

  • contaminazioni,

  • tartufaie che producono specie inattese,

  • perdita di produzione del melanosporum,

  • comparsa di carpofori anomali.

Un tema delicatissimo.

Perché nel momento in cui una specie fungina entra in una tartufaia, il problema non è più soltanto commerciale.

Diventa biologico.

Ed è anche per questo che molti tartuficoltori hanno sempre guardato con enorme sospetto qualsiasi apertura normativa verso il Tuber indicum.

La domanda che aleggia da anni è semplice:
e se un giorno questa specie iniziasse davvero a colonizzare stabilmente parte delle tartufaie italiane?

Il paradosso del mercato

Eppure il Tuber indicum un mercato ce l’ha.

Eccome.

Costa molto meno del melanosporum, entra nei circuiti industriali, nei trasformati, nei prodotti aromatizzati e in alcune filiere della ristorazione internazionale.

Ed è proprio questo il punto più scomodo della vicenda:
il mercato globale del tartufo esiste già, con o senza il consenso del mondo tartuficolo italiano.

La vera domanda allora diventa un’altra:
conviene vietare completamente, oppure regolamentare in maniera rigidissima?

Cosa accadrebbe se venisse legalizzato apertamente anche in Italia?

Qui gli scenari cambiano radicalmente.

Secondo molti operatori, una legalizzazione chiara potrebbe:

  • aumentare la trasparenza;

  • distinguere finalmente le specie;

  • obbligare etichettature precise;

  • fare emergere un mercato che già esiste sottotraccia.

Per altri invece sarebbe un terremoto.

Perché il rischio percepito è che:

  • il consumatore inizi a confondere le specie;

  • il valore del tartufo italiano venga schiacciato verso il basso;

  • aumentino le triangolazioni commerciali;

  • e si apra definitivamente la porta a produzioni estere competitive.

Ma soprattutto esiste una paura molto più profonda:
che il tartufo italiano perda parte della sua identità culturale.

Perché il tartufo, in Italia, non è soltanto un prodotto.

È territorio.
È paesaggio.
È cerca.
È tradizione.
È economia rurale.
È persino linguaggio.

Ed è forse per questo che il nome Tuber indicum continua ancora oggi a provocare reazioni così forti.

Una guerra che non è mai davvero finita

La sensazione è che il settore italiano non abbia mai realmente chiuso i conti con questa vicenda.

Ogni volta che si parla di:

  • tracciabilità,

  • importazioni,

  • aromi,

  • trasformati,

  • piante certificate,

  • controlli genetici,

  • o tartufo industriale,

il fantasma del Tuber indicum torna a riaffacciarsi.

E forse la domanda più scomoda di tutte è questa:

il mondo del tartufo italiano sta combattendo una minaccia reale…
oppure sta cercando di difendere un’identità che teme di perdere?

Basilicata, 143 ettari chiusi alla libera cerca

Basilicata, 143 ettari verso la “tartufaia controllata”: il mondo del tartufo si divide

 

C’è una frase che, più di tutte, ha acceso discussioni, paure e polemiche nel mondo del tartufo italiano.

Arriva dalla Basilicata, dalla fascia ionica tra Pisticci e Scanzano Jonico, dove ALSIA ha annunciato un progetto di valorizzazione su circa 143 ettari di pineta mediterranea.

Le parole sono tecniche, istituzionali, quasi burocratiche: tutela ambientale, sviluppo economico, gestione forestale, tartufaia controllata.

Ma nel mondo dei cavatori certe parole hanno un peso enorme.

Perché per molti tartufai la traduzione è immediata: “143 ettari sottratti alla libera cerca.”

E qui il dibattito diventa molto più grande della Basilicata.

 

Il punto non sono solo i 143 ettari

 

Nessuno pensa davvero che il problema siano soltanto quei terreni.

Il punto è il modello che potrebbe nascere da iniziative di questo tipo.

 

Da una parte c’è la visione istituzionale: gestire il territorio, migliorare gli ecosistemi, regolamentare gli accessi, valorizzare economicamente una risorsa naturale spesso lasciata al degrado.

 

Dall’altra c’è il mondo storico della cerca: quello del bosco vissuto come spazio libero, popolare, aperto ai cavatori e ai loro cani.

 

Due culture diverse.

Due idee quasi opposte di tartufo.

 

“Tartufaia controllata”: due parole che cambiano tutto

 

Nel comunicato si parla di recinzioni, segnaletica e regolamentazione degli accessi.

 

Per molti sono semplici strumenti di gestione ambientale.

 

Per altri rappresentano un passaggio simbolico enorme: il tartufo spontaneo che smette di essere percepito come patrimonio diffuso e inizia a entrare in una logica organizzata, amministrata, controllata.

 

Ed è qui che nasce il nervosismo.

 

Perché il tartufaio medio si domanda: oggi una pineta pubblica.

Domani cosa?

 

Boschi in concessione?

Aree sempre più regolamentate?

Accessi limitati?

Zone dove può entrare solo chi ha determinati accordi o autorizzazioni?

 

Domande che, piaccia o no, iniziano a circolare sempre più spesso nel settore.

 

La trasformazione silenziosa del tartufo italiano

 

Negli ultimi anni il mondo del tartufo è cambiato profondamente.

 

Sono cresciuti:

 

gli investimenti privati

 

gli affitti di terreni boschivi

 

le tartufaie coltivate

 

le aziende strutturate 

Parallelamente, molti cavatori hanno iniziato a percepire una lenta trasformazione: meno improvvisazione, meno spontaneità, più organizzazione.

Per altri è l’inizio della fine di una cultura popolare che ha sempre vissuto di libertà, esperienza e rapporto diretto col bosco.

 

La verità è che il progetto ALSIA apre una questione enorme: il futuro del tartufo italiano sarà sempre più “gestito”?

Per qualcuno è l’unico modo per tutelare ambiente e risorsa.

Per altri è il rischio concreto di allontanare il tartufo dal suo mondo originario.

E forse la domanda più scomoda è proprio questa:

 

quando il bosco diventa “sistema”, chi resta fuori?

I cavatori amano il commerciante di tartufi

I cavatori amano i commercianti di tartufi

C’è una verità che nel mondo del tartufo si sussurra più che dichiarare: il rapporto tra cavatore e commerciante non è mai stato davvero limpido. È un legame antico, quasi rurale, fatto di necessità prima ancora che di scelta. E come tutti i rapporti fondati sulla necessità, porta con sé un’ambivalenza difficile da sciogliere.

 

Il cavatore ama il commerciante. Lo ama perché è lì. Sempre. Con i contanti pronti, senza troppe domande, senza moduli, senza attese. Un gesto semplice: si pesa, si valuta, si paga. Fine. In un’Italia che ancora diffida della complessità e che, sotto sotto, continua a preferire la sicurezza del gesto immediato rispetto al rischio dell’iniziativa, questa dinamica diventa rassicurante. È quasi una forma di “posto fisso” applicato al bosco: io raccolgo, tu compri. Oggi, domani, dopodomani.

Ma è proprio qui che si annida il paradosso.

Perché lo stesso commerciante, così comodo, così presente, diventa anche il bersaglio di un’insofferenza costante. Il prezzo è sempre troppo basso. Il confronto con altri compratori — reali o presunti — alimenta il sospetto. E ogni trattativa porta con sé un retrogusto amaro: “potevo spuntare di più”. È una dinamica emotiva che ricorda quella di un amante geloso: si torna sempre dallo stesso, ma con la sensazione di essere stati, in qualche modo, traditi.

Nel tempo, qualcuno ha provato a rompere questo schema. Sono nate app, piattaforme, tentativi di mettere in contatto diretto cavatore e consumatore finale. L’idea era semplice: eliminare l’intermediario, aumentare i margini, dare “giustizia” al prodotto. Ma la realtà si è rivelata più complessa.

Perché vendere direttamente non è solo una questione di prezzo. Significa logistica, gestione clienti, spedizioni, contestazioni, tempi. Significa trasformarsi, da uomo di bosco, in operatore commerciale. E non tutti lo vogliono. Anzi, molti lo rifiutano. Non per incapacità, ma per scelta.

 

Il commerciante, in questo senso, non è solo un intermediario economico. È un ammortizzatore. Assorbe il rischio, la complessità, le variabili. Permette al cavatore di restare cavatore.

E allora quel rapporto resta lì, sospeso tra due poli opposti. Amore e diffidenza. Comodità e risentimento. Dipendenza e critica.

Forse la verità è più semplice di quanto sembri: il cavatore non ama il commerciante per ciò che è, ma per ciò che rappresenta. Una scorciatoia. Una certezza. Un modo per trasformare qualcosa di incerto — il tartufo, il bosco, la cerca — in qualcosa di immediatamente concreto.

E allo stesso tempo lo odia per lo stesso motivo.

Perché ogni scorciatoia, prima o poi, presenta il conto.

Fasi Lunari Maggio 2026

MAGGIO 2026: NON TUTTI I GIORNI SONO UGUALI

C’è chi esce nel bosco quando capita.

E chi invece aspetta il momento giusto.

Nel mondo della cerca del tartufo, la differenza tra una serata qualsiasi e una da ricordare non è solo nel cane, nell’esperienza o nel posto. C’è un altro fattore, più silenzioso, meno dichiarato… ma costantemente osservato da chi il bosco lo vive davvero: il ritmo della luna.

Non si tratta di magia, né di credenze popolari buttate lì per riempire il tempo. È, piuttosto, una forma di osservazione empirica che negli anni si è stratificata tra generazioni di tartufai. Un’abitudine mentale prima ancora che operativa: guardare il cielo, collegare i risultati, fare memoria.

Maggio è un mese particolare.

Non è stagione piena, ma è un periodo di preparazione, di lettura del terreno, di verifica. È il mese in cui si esce meno per raccogliere e più per capire. Si osservano le risposte del cane, si valutano gli odori, si studiano le zone.

Ed è proprio qui che entrano in gioco alcuni giorni che, nel tempo, sono stati considerati più “attivi” di altri.

Nel mese di maggio 2026, secondo questa logica di osservazione, i giorni che molti segnano mentalmente sono:

4 maggio

9 maggio

14 maggio

19 maggio

24 maggio

29 maggio

Non sono date ufficiali.

Non esistono calendari scientifici che le certificano.

Ma sono punti di riferimento che emergono da un certo modo di vivere il bosco.

Cosa cambia in quei giorni?

Difficile dirlo con precisione assoluta.

Alcuni parlano di maggiore attività olfattiva del cane.

Altri di un terreno che “respira” diversamente.

Altri ancora di semplici coincidenze ripetute nel tempo, diventate poi abitudine.

La verità è che chi frequenta davvero certe dinamiche sa una cosa:

quando più variabili si allineano – meteo, umidità, terreno, fase lunare – aumentano le probabilità. Non le certezze, ma le probabilità.

E nel bosco, spesso, è tutto ciò che serve.

Questo tipo di approccio divide.

C’è chi lo considera fondamentale e chi lo liquida come folklore. Ma anche tra gli scettici, non è raro trovare qualcuno che, senza dirlo troppo, certe date le tiene comunque a mente.

Perché alla fine la cerca del tartufo è anche questo:

un equilibrio continuo tra tecnica e intuito, tra esperienza e sensazione.

E forse il punto non è stabilire se questi giorni siano davvero “migliori”.

Il punto è un altro.

Osservare. Segnare. Tornare. Confrontare.

Chi lo fa, nel tempo, costruisce il proprio calendario.

Personale. Unico. Non copiabile.

Gli altri, invece, continueranno a uscire quando capita.

E a chiedersi perché, a volte, il bosco resta in silenzio.a volte, il bosco resta in silenzio.

Sorpreso con 2,5kg di Scorzone acerbo. Cavatore Multato

Alta Val Tidone, non basta il tesserino: sequestrati tartufi e multa a un cercatoreAlta Val Tidone — Non basta essere in possesso del tesserino per mettersi al riparo da sanzioni. È quanto emerge dall’ultimo intervento dei Carabinieri Forestali nei boschi della Val Tidone, dove un cercatore è stato sanzionato e privato dell’intero raccolto al termine di un controllo mirato.

L’uomo, 57 anni, residente in provincia di Pavia, è stato fermato in località Castelletto mentre concludeva la sua attività di cerca. Aveva con sé circa due chili e mezzo di tartufi neri. Un quantitativo che, già da solo, supera il limite massimo giornaliero fissato dalla normativa, pari a un chilogrammo per cercatore.

Ma non è stato questo l’unico elemento contestato.

Durante le verifiche, i militari hanno accertato la presenza di esemplari di Tuber aestivum immaturi e primaticci, raccolti in un periodo non consentito. Una violazione che incide direttamente sulla tutela della specie, perché anticipare la raccolta significa compromettere il ciclo naturale di maturazione e, di conseguenza, la futura produttività delle tartufaie.

La doppia irregolarità — quantitativa e temporale — ha portato alla contestazione di una sanzione amministrativa di poco superiore ai 500 euro. L’intero raccolto è stato sottoposto a sequestro e sarà destinato alla confisca, come previsto dalle procedure vigenti.

Il caso riporta al centro una questione spesso sottovalutata: il possesso del tesserino abilita alla raccolta, ma non esonera dal rispetto delle regole. La normativa, infatti, stabilisce con precisione periodi, modalità operative e limiti quantitativi, con l’obiettivo di garantire un equilibrio tra attività umana e conservazione dell’ecosistema.

I controlli dei Carabinieri Forestali, sempre più frequenti nelle aree vocate, si inseriscono proprio in questa logica. Non si tratta solo di repressione, ma di presidio del territorio e tutela di una risorsa naturale che, se sfruttata senza criterio, rischia di impoverirsi nel tempo.

In questo caso, due errori su tre — periodo e quantità — sono bastati per trasformare una giornata di cerca in una sanzione, con la perdita totale del raccolto. Un segnale chiaro per chi frequenta i boschi: conoscere le regole non è un dettaglio, è parte integrante del mestiere.

Tartufo, la lettera integrale della FNATI al Ministero

Destinatari: Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste

Oggetto: Nota del Capo Dipartimento del 09/10/2025 in materia di tartufo

Data: 20 aprile 2026 – Orsogna

Egr. Ministro,

apprendo con non poco disappunto che la risposta alla nostra precedente missiva è pervenuta dalla 

stessa fonte che ha emesso il provvedimento che, a nostro sommesso parere, è inficiato da difetto di 

legittimità.

Inoltre, la risposta peggiora il contenuto del provvedimento poiché, non entrando nel merito perché 

dovremmo scrivere un trattato, si licenzia la questione con una paginetta dove vengono confusi aspetti 

civilistici e fiscali di diritto nazionale nonché aspetti amministrativi di legislazione comunitaria con 

quella nazionale, il tutto ignorando completamente la legge 752 del 1985 che, invece, stabilisce

chiaramente limiti e criteri. Se poi aggiungiamo il fatto che esistono le leggi regionali, la problematica si 

acuisce ancora di più.

Andiamo per gradi:

– Il piano di settore è un documento, oramai scaduto, da cui trarre spunti per una eventuale 

normativa.

– Non esiste in alcuna letteratura la “coltivazione in bosco”. Questo concetto è fuorviante e ha il 

solo fine di far accaparrare a pochi quella che è una risorsa comune, aggirando la normativa 

nazionale 752/85. Normativa, questa, che specifica molto bene il concetto di “riserva”. Inoltre, 

tale concetto è una limitazione dell’attuale art. 3 della legge 752/85 che prevede la raccolta 

libera nei boschi (pubblici o privati che siano) e nei terreni incolti. Una limitazione all’art. 3 della 

legge può essere introdotta solo con altra legge e non per circolare esplicativa del Ministero. 

Oppure, sig. Ministro, qualcuno ha cambiato la gerarchia delle fonti e noi della FNATI non ce ne 

siamo accorti!

– Ai fini fiscali la differenza tra tartufo coltivato e tartufo spontaneo naturale potrebbe differire solo 

ai fini dell’imposizione diretta, ma non di quella indiretta, posto che l’aliquota IVA per il tartufo 

è sempre la stessa. Spesso le tartufaie controllate/coltivate vengono usate come centri di 

fiscalità fittizia. Ma questa è un’altra storia.

– Il tartufo per un ragionamento giuridico iperbolico risulterebbe essere un ortaggio e, pertanto, 

sottostare a tale normativa europea ai fini della commercializzazione. Federazione Nazionale Associazioni Tartufai Italiani – 66036 Orsogna (CH) Via Ortonese 60/D

Qui è d’obbligo approfondire visto che stiamo scrivendo al Ministero della Sovranità Alimentare. La 

predetta equiparazione serve a giustificare la raccolta del tartufo nelle tartufaie coltivate e nelle 

controllate prima del calendario effettivo del naturale spontaneo. Per inciso, la 752/85 art. 6 

prevede un calendario di raccolta che le regioni possono variare ma non cancellare, figuriamoci se 

può farlo una circolare ministeriale. Un’apertura tutto l’anno, come indicata nel provvedimento, si 

traduce nella realtà con la non esistenza di un calendario, cosa che, appunto, confligge con ciò che 

è stabilito nella 752/85. Per inciso, nessuna differenziazione è prevista per le controllate e le 

coltivate.

In sintesi, abbiamo un contrasto tra iperbole giuridica del Capo di Dipartimento e normativa 

nazionale. Un difetto di attribuzione che può o potrebbe essere regolato solo da un giudice. Può 

darsi che a noi della FNATI ci sia sfuggito anche questo particolare. Forse sarebbe stato meglio che 

il Ministero sollevasse detto difetto di attribuzione nelle sedi opportune. La invito a riflettere su 

alcune questioni:

– Il capo Dipartimento si è dimenticato di ricordare che la norma della 752/85 vieta la 

commercializzazione di tartufo immaturo. Ebene, ad esempio un tartufo bianco raccolto a luglio 

con la pratica illegale della zappatura non può essere definito maturo e la sua qualità, immessa

nel mercato, sarebbe infima. 

– La 752/85 nell’ottica di salvaguardare il tartufo italiano chiede determinate condizioni di 

salvaguardia degli ambienti al fine di concedere la riserva di raccolta. Con estrema semplicità e 

con ragionamento privo di pregio giuridico, si ammette che il tartufo da tartufaia controllata si 

possa raccogliere in ogni momento e con qualsiasi attrezzo, questo sancirebbe la conseguente

distruzione della tartufaia stessa. Non credo che il Ministero che Lei presiede voglia questo 

risultato.

– Attraverso l’interpretazione del Capo Dipartimento si dà la possibilità a tutti di far passare il 

tartufo raccolto illecitamente come tartufo coltivato. 

Sperando di essere stato chiaro, sig. Ministro, il nostro è un appello affinché Lei si adoperi in Europa 

per la salvaguardia del tartufo e per escludere che “l’iperbole” del capo Dipartimento si trasformi 

nella caporetto del tartufo. Quindi, anziché chiedere la disapplicazione della norma italiana Lei, a 

nostro parere, potrebbe chiedere una deroga esplicita e permanente alla normativa de quo. Una 

liberalizzazione per le tartufaie coltivate potrà essere prevista quando, e se, ci sarà una corretta 

tracciabilità del prodotto e si sia definito il concetto ben preciso di “prodotto immaturo”. 

Nel frattempo, le chiediamo il suo impegno affinché non si deroghi alla qualità italiana, come invece 

sta accadendo in questi giorni.

Certo di un suo accoglimento e di un suo aiuto porgiamo 

Distinti Saluti

Dott. Fabio Cerretano

Presidente FNATI

Nei boschi in auto sì… ma solo per pochi: la legge che divide l’Abruzzo

C’è una legge che, almeno sulla carta, nasce per sostenere l’agricoltura. Ma tra le righe, secondo alcuni, nasconde qualcosa di molto diverso. E infatti non ci è voluto molto perché scoppiasse la polemica.

Nel mirino è finita una modifica precisa, contenuta nell’Articolo 33 comma 12 legge agricoltura Abruzzo 2026, che interviene direttamente sulle regole di accesso alle strade e piste montane. Fino a ieri, il principio era chiaro: niente auto nei boschi, salvo casi particolari come soccorso, lavori agricoli o accesso ai fondi privati, così come previsto dall’Articolo 45 legge regionale Abruzzo.

Oggi, invece, qualcosa cambia. Perché tra le eccezioni entrano anche i cacciatori e i cercatori di tartufi. A una condizione: essere in regola con tasse, tesserino e autorizzazioni, e muoversi nei periodi consentiti dai calendari ufficiali. Tradotto: se sei tartufaio o cacciatore in regola, puoi arrivare in auto dove prima si andava solo a piedi.

È qui che si accende lo scontro. La Stazione Ornitologica Abruzzese parla apertamente di un “regalo” a categorie specifiche. La critica è semplice quanto potente: perché un escursionista, magari anziano o disabile, deve farsi chilometri a piedi, mentre chi caccia o cerca tartufi può avvicinarsi in macchina?

Una domanda che, al di là delle posizioni ideologiche, tocca un nervo scoperto: l’accesso al territorio. Perché questa non è solo una questione tecnica o burocratica. È una linea di confine tra chi può entrare facilmente nel bosco e chi invece deve fermarsi prima.

Dal lato dei tartufai, però, la lettura è completamente diversa. Qui non si parla di privilegio, ma di lavoro. Chi va a tartufi non è un turista della domenica: paga una tassa, ha un tesserino, segue calendari precisi. E soprattutto opera su territori spesso vasti, difficili, lontani. In questo senso, poter utilizzare l’auto non è un lusso, ma uno strumento.

La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Perché è innegabile che la norma introduca una differenza concreta tra categorie. Ma è altrettanto vero che non si tratta di un “via libera totale”: restano vincoli, controlli e limiti temporali.

Il punto, forse, è un altro. Ogni volta che si apre una strada – letteralmente – cambia l’equilibrio del territorio. Più accesso significa più presenza, più pressione, più movimento. E questo, nel lungo periodo, può diventare un problema anche per chi oggi ne beneficia.

È davvero un regalo ai tartufai? O è semplicemente il riconoscimento di un’attività regolamentata che ha bisogno di strumenti adeguati? La risposta, probabilmente, non sta nella legge. Ma in come verrà usata.

Fino a 5.000 euro alle associazioni di tartufai: occasione vera o contentino?

C’è chi lo ha già definito un’opportunità concreta per il territorio. E chi, invece, lo guarda con sospetto, chiedendosi se ne valga davvero la pena.

La Regione Emilia-Romagna ha pubblicato un nuovo bando da 30.000 euro destinato alle associazioni di tartufai, con contributi fino a 5.000 euro per progetto. Un intervento che, nelle intenzioni istituzionali, punta a rafforzare la tutela degli ecosistemi tartufigeni e a trasmettere le conoscenze legate alla cerca alle nuove generazioni.

Ma dietro i numeri e le dichiarazioni ufficiali, la domanda che serpeggia tra gli operatori è una sola: conviene davvero partecipare?

Il contributo previsto arriva fino a 1.250 euro per ettaro, con un tetto massimo di 4 ettari. Tradotto: 5.000 euro complessivi per progetto.

Una cifra che, sulla carta, può sembrare interessante. Ma che, nella pratica, rischia di coprire solo una parte degli interventi richiesti.

Perché i lavori previsti non sono marginali: pulizia del sottobosco, gestione della vegetazione infestante, cura della rete idrica naturale, fino alla messa a dimora di nuove piante.

Interventi che richiedono tempo, manodopera e continuità.

Non basta lavorare: bisogna anche “insegnare”

Il bando introduce un elemento chiave: la finalità didattica.

Le associazioni che accederanno ai fondi dovranno organizzare visite guidate e attività rivolte a scuole, cittadini e appassionati. Non si tratta quindi solo di gestire una tartufaia, ma di trasformarla in uno spazio educativo.

Un approccio che valorizza il lato culturale e sociale del tartufo, riconosciuto anche come patrimonio immateriale. Ma che, allo stesso tempo, impone un cambio di mentalità a chi è abituato a vivere il bosco in modo più riservato.

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda i vincoli.

Le aree coinvolte dovranno mantenere la destinazione didattica per almeno cinque anni. Inoltre, è vietato l’utilizzo di fitofarmaci e diserbanti.

Due condizioni che rafforzano la tutela ambientale, ma che limitano la libertà gestionale delle aree interessate.

Secondo l’assessore regionale Alessio Mammi, il bando rappresenta un investimento non solo economico, ma culturale e sociale.

Le associazioni vengono viste come “custodi” del territorio, capaci di tramandare conoscenze e rafforzare una filiera che va oltre il valore commerciale del tartufo.

Un’impostazione chiara: meno raccolta individuale, più gestione condivisa e strutturata.

Opportunità o operazione di facciata?

Ed è proprio qui che si divide il mondo dei tartufai.

Da una parte c’è chi vede nel bando un’occasione per ottenere fondi, strutturarsi e entrare in una rete più ampia.

Dall’altra, chi storce il naso: pochi soldi, molti obblighi, vincoli lunghi e una trasformazione della cerca che rischia di allontanarsi dalla tradizione.

Le domande dovranno essere presentate entro il 15 maggio 2026 tramite PEC.

Il tempo per decidere non è molto. Ma la scelta, per molti, non è così scontata.

Perché alla fine la domanda resta lì, semplice e brutale:

vale la pena legarsi per cinque anni… per 5.000 euro?

Cane da tartufo morto dopo sevizie: a processo il proprietario

Cane da tartufo morto dopo sevizie: a processo il proprietari

A Perugia la testimonianza della veterinaria: “Legato al collo e al muso, segni evidenti di sofferenza”

PERUGIA – Un cane da tartufo, un lagotto impiegato nella cerca, è morto a seguito di gravi traumi e sofferenze compatibili con maltrattamenti. Per la vicenda, avvenuta nel territorio di Perugia, il proprietario è finito a processo con l’accusa di maltrattamento di animali.

A ricostruire i fatti in aula è stata la veterinaria intervenuta dopo la segnalazione dei carabinieri, allertati inizialmente per la presenza di un cane “rimasto attaccato a una corda”. Una prima comunicazione parlava addirittura di un possibile caso di “impiccagione”, con la corda stretta intorno al collo.

Secondo quanto riferito, l’animale – un lagotto – si trovava all’interno di un’area recintata, legato con una corda fissata oltre il cancello del box in cui era detenuto. Dalle immagini acquisite e mostrate nel corso delle indagini, emergerebbe la presenza di più giri di corda: uno attorno al collo e uno intorno al muso, come per impedirgli di aprire la bocca.

Quando la veterinaria è giunta sul posto, il cane era già a terra. “L’ho visto quando era stato staccato dalla corda”, ha dichiarato. Tra gli elementi rilevati, una colorazione scura della lingua – indicativa di soffocamento – e segni di perdita di sangue. Ulteriori accertamenti avrebbero evidenziato lesioni anche a un arto superiore e condizioni compatibili con una morte sopraggiunta dopo una fase di grave sofferenza.

Il procedimento è ora nelle mani dell’autorità giudiziaria, chiamata a chiarire dinamiche e responsabilità. Il caso ha suscitato forte attenzione anche per il contesto in cui si inserisce: quello della cerca del tartufo, attività in cui il rapporto tra uomo e cane rappresenta un elemento centrale.

Episodi come questo riaccendono il dibattito sul benessere animale e sulla responsabilità di chi utilizza cani da lavoro. Nel mondo della cerca, il cane non è soltanto uno strumento operativo, ma parte integrante dell’attività stessa, spesso legato al conduttore da anni di addestramento e convivenza.

Proprio per questo, casi di presunto maltrattamento risultano particolarmente sensibili e destinati a incidere sulla percezione pubblica di un settore già esposto a forti dinamiche economiche e territoriali.

 

Al di là dell’esito giudiziario, la vicenda pone una domanda più ampia:

quanto è ancora saldo il confine tra lavoro e rispetto nel mondo della cerca?

Una risposta che riguarda non solo i tribunali, ma l’intera comunità legata al tartufo