Tecniche colturali in tartuficoltura per affrontare il cambiamento climatico

Negli ultimi anni il cambiamento climatico non è più una variabile teorica: è una condizione strutturale con cui la tartuficoltura deve fare i conti.
Estati più lunghe, ondate di calore prolungate, precipitazioni irregolari e suoli sempre più stressati mettono a rischio la continuità produttiva delle tartufaie, sia naturali sia coltivate.

La buona notizia è che esistono tecniche colturali concrete, già applicabili oggi, capaci di mitigare gli effetti delle alte temperature estive e preservare il delicato equilibrio tra fungo, pianta e suolo.


1. Ombreggiamento: meno sole diretto, più stabilità biologica

L’errore più comune è pensare che il tartufo “ami il caldo”.
In realtà teme l’eccesso termico, soprattutto a livello radicale.

Cosa funziona davvero

  • Copertura fogliare controllata: evitare potature aggressive nei mesi precedenti l’estate
  • Presenza di specie accompagnatrici (arbusti, cespugli bassi) nelle tartufaie giovani
  • Micro-ombreggiamento naturale, non serre: luce filtrata, non buio

Obiettivo: mantenere il suolo sotto i 30–32°C, soglia oltre la quale l’attività miceliare rallenta drasticamente.


2. Gestione del suolo: il vero campo di battaglia climatico

Il suolo è il primo a subire gli stress termici e idrici.
Un terreno nudo è un terreno vulnerabile.

Tecniche efficaci

  • Pacciamatura naturale (foglie secche, paglia, residui vegetali locali)
  • Mantenimento della lettiera nelle tartufaie naturali
  • Lavorazioni superficiali e mai estive, per non rompere il microclima del suolo

Risultato:

  • minore evaporazione
  • maggiore umidità stabile
  • vita microbica attiva anche nei mesi critici

3. Irrigazione di soccorso: quando, come e perché

Non è “snaturare” la tartufaia.
È adattamento colturale.

Regole fondamentali

  • Solo irrigazione di soccorso, non forzata
  • Piccole quantità, ripetute, mai abbondanti
  • Meglio goccia o micro-spruzzo, mai allagamento

Il momento giusto?
Quando il suolo perde elasticità e la pianta entra in stress idrico, prima che il fungo ne subisca le conseguenze.


4. Scelta delle piante e gestione radicale

Il cambiamento climatico impone una riflessione anche sul materiale vegetale.

Strategie intelligenti

  • Preferire piante con apparato radicale profondo
  • Evitare eccessiva densità d’impianto
  • Controllare la competizione radicale, non eliminarla del tutto

Un apparato radicale sano è il miglior “condizionatore naturale” per il micelio.


5. Tempistiche colturali: l’estate non è il momento di intervenire

Uno degli errori più diffusi è lavorare la tartufaia nei mesi sbagliati.

Da evitare in estate:

  • potature
  • lavorazioni profonde
  • concimazioni

Da fare:

  • programmare tutti gli interventi strutturali in autunno o fine inverno
  • lasciare l’ecosistema stabile nei mesi caldi

Il cambiamento climatico non si combatte con interventi drastici, ma con micro-scelte coerenti.
Ombra, suolo vivo, acqua gestita con intelligenza e rispetto dei tempi biologici sono oggi le vere tecniche colturali moderne.


Abruzzo- Condannato a 2 anni e mezzo il “killer” dei cani da tartufo

Il Tribunale di Pescara ha condannato a due anni e mezzo di reclusione un 78enne di Manoppello, Vittorio Minerba, per una serie di reati legati all’uccisione di cani da tartufo avvenuta tra il 2015 e il 2020.

La sentenza prevede inoltre il pagamento delle spese processuali e un risarcimento da liquidare in sede civile.

L’uomo era finito sotto processo per uccisione di animali, danneggiamenti, porto abusivo di ordigno incendiario, minacce e detenzione illegale di cartucce. Parte delle accuse è caduta, ma la condanna è arrivata al termine di un procedimento giudiziario durato anni.

Secondo quanto ricostruito dalla Procura, l’imputato avrebbe provocato la morte di undici cani da tartufo, disseminando bocconi avvelenati in prossimità di terreni boschivi e lungo un sentiero che conduceva a un fossato frequentato dai cani impegnati nella ricerca del tartufo.

I cani uccisi vengono elencati uno per uno negli atti: Chanel, Penny, Chicca, Diana, Bella, Bruce, Daphne, Argo, Furbo, Gianna e Pallino.

Le indagini sono state condotte dal sostituto procuratore Rosangela Di Stefano, a seguito della denuncia presentata dall’avvocata del Foro di Sulmona Catia Puglielli, che aveva assistito un 50enne residente a Sulmona. L’uomo aveva rischiato di morire nella propria vettura, salvandosi solo grazie alla prontezza di riflessi di un amico.

In merito a questo episodio, negli atti è presente anche un filmato che riprenderebbe una Fiat Panda dalla quale una persona scende per posizionare i bocconi avvelenati e successivamente collocare un ordigno sotto l’auto del concorrente.

L’imputazione contesta che l’anziano abbia agito “per crudeltà e comunque senza necessità”, provocando la morte di numerosi cani da tartufo.

tartufo in tavola: come riconoscere il terreno e l’albero da cui proviene

Il profilo aromatico di un tartufo non dipende solo dalla specie.

Terreno e pianta simbionte influenzano in modo diretto odore, sapore e persistenza.

Imparare a riconoscerli permette di:

valutare meglio il prodotto

abbinarlo correttamente ai piatti

distinguere tartufi diversi anche a parità di specie

1. Influenza del terreno

Terreni argillosi

Odore più scuro e profondo

Note di fungo, terra umida, sottobosco

Sapore compatto, persistente

Reagisce bene al calore

Tipico di ambienti con drenaggio lento e maggiore ritenzione idrica.

Terreni calcarei

Profumo più fine e definito

Note agliacee e lattiche

Sapore pulito, lungo

Ideale per l’uso a crudo

È il terreno che esalta maggiormente l’aroma.

Terreni sabbiosi

Profumo immediato ma meno persistente

Struttura aromatica più leggera

Sapore rapido, talvolta volatile

Non è un difetto, ma una caratteristica del suolo.

2. Influenza dell’albero simbionte

Quercia

Profilo aromatico completo

Profumo rotondo e strutturato

Elevata persistenza

È l’abbinamento più classico.

Nocciolo

Profumo più diretto e marcato

Sapore secco, immediato

Meno complessità, più prontezza

Molto apprezzato in cucina.

Pioppo e salice

Profumi più freschi

Minor profondità aromatica

Sensazione vegetale

Tipici di ambienti umidi.

Tiglio e carpino

Aromi particolari, talvolta dolci

Struttura più fine

Facilmente riconoscibili all’assaggio

3. Nessun fattore agisce da solo

Il carattere finale del tartufo è il risultato di:

tipo di suolo

pianta simbionte

microclima

grado di maturazione

Per questo due tartufi della stessa specie possono risultare molto diversi.

4. Come riconoscerlo a tavola

METODO PRATICO:

1. annusare a freddo

2. assaggiare a crudo

3. valutare la persistenza

4. osservare se il profumo cresce o cala col calore

Con un po’ di esperienza, terreno e albero diventano leggibili.

Il tartufo non è un aroma standard.

È un prodotto agricolo complesso, fortemente legato all’ambiente di origine.

Dopo il servizio di Report sul tartufo, nulla sarà più come prima

Il servizio andato in onda su Report ha acceso un faro su un settore che, fino ad oggi, era rimasto in gran parte opaco al grande pubblico: quello del tartufo e dei prodotti che ne richiamano il nome.

Non si è trattato di una semplice inchiesta di settore, ma di una puntata capace di incidere sull’immaginario collettivo e sulla percezione di un’eccellenza simbolo del Made in Italy.

Origine del tartufo e filiere internazionali

Uno degli aspetti centrali emersi riguarda la provenienza del tartufo commercializzato in Italia.

Il servizio ha mostrato come una parte significativa del prodotto arrivi dall’estero, in particolare da Paesi dell’Est Europa e dall’Iran.

Una realtà nota agli operatori del settore, ma raramente esplicitata al consumatore finale.

Il tema non è l’importazione in sé – pratica lecita – bensì la comunicazione dell’origine, spesso percepita come poco chiara o ambigua.

L’inchiesta ha inoltre sollevato interrogativi sul rapporto tra politica, promozione territoriale e attività imprenditoriali.

Sono stati mostrati casi in cui figure con ruoli istituzionali risultano coinvolte direttamente in aziende del comparto, generando dubbi su possibili conflitti di interesse.

Un tema delicato che tocca la credibilità delle politiche di valorizzazione territoriale e il confine tra interesse pubblico e privato.

Prodotti “al tartufo” e uso di aromi artificiali

Ampio spazio è stato dedicato ai prodotti trasformati, in particolare salse e condimenti “al tartufo”.

Il servizio ha evidenziato come molti di questi prodotti contengano quantità minime o nulle di tartufo, basando profumo e sapore su aromi artificiali di sintesi.

Dal punto di vista normativo si tratta di prodotti legali, ma la distanza tra percezione del consumatore e composizione reale è apparsa evidente.

L’effetto sul grande pubblico

Ciò che rende questo servizio un punto di svolta non è solo il contenuto, ma il pubblico raggiunto.

Temi da sempre discussi in ambiti tecnici o specialistici sono entrati nel dibattito generale, modificando la consapevolezza di chi acquista e consuma.

Dopo questa esposizione mediatica, il livello di attenzione verso:

origine delle materie prime

etichette

differenza tra tartufo fresco e prodotti aromatizzati

è destinato ad aumentare.

Un settore davanti a una nuova fase

Il servizio di Report non chiude il dibattito, ma lo apre.

Operatori, istituzioni e consumatori si trovano ora davanti a una fase nuova, in cui trasparenza, comunicazione e chiarezza informativa diventano elementi centrali.

Una cosa appare certa: dopo questa inchiesta, il tartufo non è più solo un prodotto di nicchia raccontato attraverso fiere e slogan, ma un tema di interesse pubblico.

E quando accade questo, il contesto cambia.

Tartufo bianco e fondi regionali: tutela o privatizzazione delle tartufaie?

Sotto traccia, lontano dai riflettori, in Piemonte si muove una partita che vale oro. Oro bianco. Con il Decreto Dirigenziale n. 1222/A1614A/2025 del 31 dicembre 2025, la Regione ha aperto un bando destinato alla salvaguardia e al potenziamento delle tartufaie naturali di Tuber magnatum Picco, il tartufo bianco pregiato, nelle aree considerate “vocate” dalla legge regionale 16/2008.

Sulla carta, l’intento è nobile: recuperare tartufaie esistenti, migliorare l’ambiente, proteggere un patrimonio naturale fragile e prezioso. Ma come spesso accade quando entrano in gioco fondi pubblici e risorse rare, la questione non è solo cosa si finanzia, bensì chi e a quali condizioni.

Il bando prevede interventi di miglioramento ambientale delle tartufaie naturali già esistenti e, contestualmente, la realizzazione di allestimenti per la fruizione didattica direttamente all’interno delle aree interessate. Tradotto: non nuove tartufaie, ma valorizzazione e “messa a sistema” di quelle che già producono il tartufo più ambito d’Italia.

Ed è qui che la caccia all’oro bianco si fa interessante.

Ad accedere ai contributi possono essere le associazioni di cercatori di tartufi riconosciute dalla normativa regionale, insieme a soggetti pubblici o privati che risultino proprietari o gestori dei terreni agricoli o forestali. La figura del “gestore” viene definita in modo ampio: affittuari, soggetti titolari di contratti, o chiunque abbia la piena disponibilità giuridica delle superfici interessate.

In caso di progetti condivisi, è previsto un capofila, unico interlocutore della Regione e beneficiario del finanziamento. Un solo progetto finanziabile per ogni soggetto proponente. Un dettaglio tecnico, certo. Ma anche un passaggio chiave, perché introduce una selezione netta: chi entra e chi resta fuori.

La domanda scomoda, a questo punto, è inevitabile.

Se una tartufaia naturale viene “potenziata”, attrezzata e valorizzata grazie a fondi pubblici, cosa accade alla libera cerca? Il rischio percepito da molti tartufai è che interventi nati per tutelare il territorio possano, di fatto, trasformarsi in strumenti di controllo o di esclusione, favorendo soggetti strutturati, organizzati, magari meglio posizionati dal punto di vista amministrativo, a discapito dei cercatori tradizionali.

Il bando non parla esplicitamente di limitazioni alla raccolta. Ma nel mondo reale, dove il confine tra tutela e gestione esclusiva è spesso sottile, il timore è che la valorizzazione finanziata diventi, nel tempo, una forma di appropriazione indiretta delle aree più pregiate.

Le domande di contributo potranno essere presentate dal 9 gennaio all’8 maggio 2026 tramite PEC, corredate da relazioni tecniche, cronoprogrammi, cartografie, piani finanziari e documentazione dettagliata. Un impianto complesso, che richiede competenze, tempo e risorse. Non proprio alla portata di tutti.

Ed è proprio qui che la caccia all’oro bianco si sposta dal bosco agli uffici: tra progetti, mappe e atti formali, il rischio è che la selezione non premi chi conosce davvero il territorio, ma chi sa muoversi meglio tra le maglie della burocrazia.

La tutela del Tuber magnatum è sacrosanta. Ma la domanda resta aperta:
proteggere il tartufo significa anche proteggere chi lo ha sempre cercato?

Su questo punto, il dibattito è appena cominciato.

Anticipare la raccolta del Tuber macrosporum: una richiesta necessaria

Negli ultimi anni, chi vive il bosco con costanza lo ha visto chiaramente: il Tuber macrosporum non è più un tartufo “di nicchia”, né una presenza marginale relegata all’autunno inoltrato. È una specie che oggi mostra tempi biologici diversi, più precoci, coerenti con i cambiamenti climatici e con l’evoluzione degli habitat.

Per questo motivo, come andare a tartufi, abbiamo deciso di fare un passo formale e pubblico: inviare una richiesta ufficiale alle Associazioni tartufai affinché si facciano promotrici di un confronto tecnico per anticipare l’apertura della raccolta del Tuber macrosporum al mese di settembre.

Non è una provocazione. È una presa d’atto.


Perché chiedere l’anticipazione a settembre

Chi va per boschi lo sa: già a settembre il Tuber macrosporum è:

  • presente in quantità apprezzabili;

  • maturo dal punto di vista organolettico;

  • con pezzature spesso importanti;

  • stabile in diversi territori italiani.

Continuare a fissare l’apertura a ottobre significa, di fatto:

  • lasciare prodotto maturo nel terreno, che rischia di degradarsi;

  • togliere reddito legittimo ai tartufai;

  • favorire raccolte anticipate non regolamentate;

  • mantenere un calendario che non rispecchia più la realtà biologica della specie.

È inoltre evidente che il Tuber macrosporum condivide habitat e dinamiche stagionali con il Tuber magnatum, ma a differenza di quest’ultimo subisce una penalizzazione normativa che oggi appare sempre meno giustificabile.


Un approccio responsabile, non ideologico

La richiesta non va letta come una spinta alla deregolamentazione. Al contrario: aggiornare il calendario significa governare meglio il fenomeno, renderlo trasparente, tutelare sia l’ambiente sia chi lavora correttamente.

Le regole servono, ma devono essere vive, capaci di adattarsi quando il contesto naturale cambia.


La lettera inviata alle Associazioni

Di seguito riportiamo integralmente il testo della comunicazione ufficiale inviata via PEC alle Associazioni:


Spett.le Associazione,

mi permetto di sottoporre alla Vostra attenzione una riflessione concreta e ormai difficilmente ignorabile riguardo il Tuber macrosporum, specie che negli ultimi anni sta assumendo un ruolo sempre più rilevante nei nostri territori.

Dall’esperienza diretta sul campo, condivisa da numerosi tartufai in diverse regioni italiane, emerge con chiarezza che il Tuber macrosporum è presente, maturo e commerciabile già nel mese di settembre, con quantità e pezzature di tutto rispetto. Non si tratta di casi isolati, ma di una condizione ormai ricorrente e stabile.

Il mantenimento dell’attuale calendario, che consente la raccolta solo a partire da ottobre, produce di fatto alcune criticità:

  • una perdita di prodotto maturo che rimane inutilizzato o si degrada;

  • un mancato reddito per i tartufai, in un periodo già complesso sotto il profilo economico;

  • una distorsione del mercato, che favorisce raccolte anticipate non regolamentate;

  • una gestione non più coerente con l’evoluzione climatica e biologica della specie.

È inoltre sempre più evidente come il Tuber macrosporum condivida habitat e dinamiche stagionali con il Tuber magnatum, risultando però penalizzato da un calendario che non rispecchia più la realtà naturale.

Alla luce di quanto sopra, chiedo formalmente che le Associazioni si facciano promotrici di un confronto serio e tecnico con gli enti competenti, finalizzato alla anticipazione dell’apertura della raccolta al mese di settembre, nel rispetto della tutela ambientale e della sostenibilità.

Non si tratta di deregolamentare, ma di aggiornare le regole alla realtà dei boschi, valorizzando una specie che può rappresentare una risorsa importante per il territorio e per la comunità dei tartufai.

Resto a disposizione per un confronto costruttivo e per la condivisione di ulteriori elementi utili alla discussione.

Con stima,

Denis Mastrodonato
Andare a Tartufi


Apriamo il confronto

Questo articolo non vuole chiudere il discorso, ma aprirlo.

Chi vive il bosco, chi studia il tartufo, chi rappresenta i tartufai e le istituzioni locali ha oggi l’occasione di avviare un confronto serio, basato sui fatti.

Noi abbiamo fatto il primo passo. Il bosco, come sempre, è già avanti.


Andare a Tartufi

Fasi Lunari Febbraio 2026

🌙 Fasi lunari e cerca dei tartufi: perché i trifolau le osservano?

Da secoli, i cercatori di tartufi non guardano solo al calendario stagionale, ma anche alle fasi della luna per decidere quando entrare nel bosco. È una pratica antica, tramandata da generazioni, che fa parte della cultura profonda della cerca.

Secondo la tradizione, la luna non influenza solo le maree, ma anche i movimenti dell’acqua nel terreno, la respirazione del suolo e persino la “spinta” aromatica del tartufo quando è pronto.


🌑 Una tradizione nata dall’esperienza

Non esistono prove scientifiche definitive che dimostrino un legame diretto, ma migliaia di tartufai nel tempo hanno osservato sempre gli stessi schemi:

  • In certi periodi si trovano più tartufi

  • In altri, anche con terreno buono, sembra che “spariscano”

Da qui nasce l’osservazione delle lune come strumento pratico di lettura del bosco.


🌕 Perché la luna è importante nella cerca

Secondo l’esperienza dei trifolau:

  • Dopo la luna piena e in luna calante il terreno tende a “rilasciare” di più l’umidità

  • Il suolo risulta spesso più morbido e lavorabile

  • I tartufi sembrano completare meglio la maturazione

  • L’aroma aumenta e diventa più facile per il cane intercettarli

In più, la luce naturale della luna piena favorisce la cerca notturna, permettendo di leggere meglio il terreno e i piccoli segnali che indicano la presenza del tartufo.


🌙 Mito o verità?

Che sia scienza o tradizione, una cosa è certa:
chi va a tartufi da una vita guarda la luna prima di guardare l’orologio.

Perché nel bosco non comanda il tempo,
comanda il ritmo della natura.

E la luna, da sempre, è il suo metronomo.

Tuber Macrosporum: il tartufo che può spodestare il Magnatum

Perché il nero liscio fa paura a chi vive di rendita

Nel mondo del tartufo esiste un re indiscusso, almeno sulla carta: il Tuber magnatum Pico.
Prezzo altissimo, narrazione mitica, aura di intoccabilità.

Ma esiste anche un tartufo che, se fosse davvero valorizzato, potrebbe metterne in discussione il primato.

Ed è proprio per questo che viene tenuto ai margini.

Il Tuber macrosporum, noto come tartufo nero liscio, possiede caratteristiche che lo rendono pericoloso per gli equilibri attuali:

  • profilo aromatico intenso e persistente
  • grande versatilità in cucina
  • maggiore adattabilità ambientale
  • produzione più costante nel tempo

Non è un’alternativa povera.
È un’alternativa credibile.

Ed è questo il punto.

Se il confronto fosse solo sensoriale, la partita sarebbe aperta da tempo.
Il problema è che non si gioca sul gusto, ma sul controllo del mercato.

Un tartufo come il macrosporum:

  • riduce la dipendenza dal tartufo bianco
  • amplia la base dei consumatori
  • rende il sistema meno fragile

In altre parole: rompe la rendita.


Perché non conviene farlo crescere

Spingere davvero sul nero liscio significherebbe:

  • smontare il racconto del “re unico”
  • ridurre la pressione sui prezzi del bianco
  • spostare valore dalla rarità alla qualità

Per chi ha costruito ruoli, posizioni e narrazioni su quella rarità,
questa non è un’opportunità: è una minaccia.

Meglio lasciare il macrosporum in una zona grigia,
conosciuto ma non raccontato,
presente ma mai centrale.

Spesso si parla di tutela del tartufo bianco.
Ma tutelare non dovrebbe significare impedire l’evoluzione.

Il nero liscio non vuole sostituire il Magnatum.
Vuole co-esistere ad armi pari.

Ed è proprio questa parità potenziale a spaventare.


Una conclusione che pesa

Il tartufo nero liscio è il primo vero rivale del Magnatum
non per prezzo,
ma per sistema.

Finché il settore continuerà a proteggere equilibri economici
più che valorizzare il patrimonio reale,
continueremo a chiamare “re” ciò che conviene difendere
e “minore” ciò che potrebbe cambiare le regole.

Lombardia- Denunciati per per aver definito Bianco D’Alba tartufo Umbro

MULTATI PER AVER DETTO LA VERITÀ A METÀ

Il caso Cremona e l’assurdo giuridico sul “Tartufo bianco d’Alba”

Nei giorni scorsi il Nucleo Carabinieri Forestale di Cremona ha effettuato una serie di controlli nell’ambito di una campagna nazionale di prevenzione e repressione delle frodi nel settore agroalimentare, con particolare attenzione alla vendita al dettaglio di tartufo bianco (Tuber magnatum Pico).

Durante le verifiche sono emerse irregolarità relative alle informazioni fornite ai consumatori sull’origine geografica del prodotto. In particolare, in alcuni esercizi commerciali veniva indicata sul menù una provenienza regionale specifica del tartufo bianco, mentre gli accertamenti hanno stabilito che il prodotto somministrato ai clienti risultava riconducibile a una provenienza italiana generica, non supportata da idonea documentazione di tracciabilità.

Per tali violazioni, riconducibili alla normativa in materia di corrette informazioni sugli alimenti (D.Lgs. 231/2017 e Reg. UE 1169/2011), sono state irrogate sanzioni amministrative per un importo complessivo pari a 6.000 euro, a carico degli esercenti e dei rispettivi fornitori.

La questione che nessuno vuole affrontare

Fin qui i fatti.

Ma questo caso mette in luce un problema strutturale del mercato del tartufo bianco che da anni viene ignorato.

La normativa italiana riconosce espressamente che le diciture:

“Tartufo bianco”

“Tartufo d’Alba”

“Tartufo di Acqualagna”

sono nomi comuni tradizionali utilizzabili per indicare il Tuber magnatum Pico.

Non sono marchi.

Non sono DOP.

Non sono IGP.

Non costituiscono certificazioni di origine.

Sono denominazioni storiche, ammesse come nomi comuni.

Quando il nome diventa una promessa

Nel mercato reale, tuttavia, queste denominazioni sono diventate promesse implicite di origine e qualità.

Il consumatore legge “d’Alba” e interpreta:

origine geografica reale

qualità superiore

prezzo legittimamente più alto

Ma lo Stato non ha mai istituito una vera certificazione geografica del Tuber magnatum Pico.

Esiste quindi una frattura tra ciò che la legge consente e ciò che il mercato fa credere.

Il paradosso normativo

Si permette l’uso di nomi che evocano un’origine.

Non si crea una certificazione ufficiale di quell’origine.

Si sanziona chi li utilizza come se fossero ciò che il mercato è stato abituato a considerare.

Non è una questione di mala fede individuale.

È una zona grigia istituzionale che genera confusione, contenziosi e perdita di fiducia.

Il vero nodo

Se esistesse una DOP o una IGP del Tuber magnatum Pico, questo caso non esisterebbe.

Oggi invece il settore vive di un’ambiguità strutturale:

le parole suggeriscono ciò che la legge non ha mai formalizzato.

Finché questo nodo non verrà sciolto, continueremo ad avere controlli, sanzioni e polemiche.

Ma non avremo chiarezza.

Ed è proprio la chiarezza che manca oggi al mercato del tartufo bianco.

Intervista a Luigi Di Bacco Il Tartufo non è una corsa all’oro È una scelta di vita

 

Ci sono persone che imparano un mestiere.
E poi ci sono persone che crescono dentro una vocazione.

Luigi Di Bacco appartiene a questa seconda categoria.
Da una vita cammina nel bosco accanto ai cani, ascolta i loro silenzi, ne rispetta i tempi, ne riconosce lo sguardo prima ancora del fiuto.
Non addestra per dominare, ma per accompagnare.
Non cerca scorciatoie: custodisce un sapere antico fatto di pazienza, fiducia e rispetto.


Chi è Luigi Di Bacco?

Chi sei e da quanto tempo ti occupi di cani da tartufo?

“Sono un educatore cinofilo Fidasc e tecnico Opes.
Mi occupo di cani da tartufo da una vita.
Il mio primo cane era un Breton. Io avevo dodici anni.”

 


Tecnica o rapporto?

Cosa conta davvero per formare un buon cane da tartufo?

“Il rapporto è fondamentale, ma non fa miracoli.
Servono anche le doti naturali del cane e il lavoro sul riporto.”

Commento Andare a Tartufi:
L’affetto è la base, ma il talento e la tecnica fanno nascere il vero cane da tartufo.


Qual è l’errore più grande che vedi fare?

“Perdere di vista l’aspetto affettivo e il rispetto per l’animale che ci accompagna.”

“All’uomo sapiente, il cane ha sempre dato tutto.
Noi gli abbiamo dato quello che rimane: il tempo che rimane, il cibo che rimane, il posto che rimane.”

Commento Andare a Tartufi:
Questa non è una risposta. È una lezione di vita.


C’è un mito da sfatare?

“Che il cane si ciberebbe di tartufi per addestrarlo.”

 


Esiste una razza perfetta?

“Ogni razza ha fenomeni, buoni soggetti e soggetti non portati.”

Non esiste il cane perfetto. Esiste il cane giusto.


Ricordi il primo tartufo trovato?

“Un nero pregiato, alla cava di Pappone.”

Ci sono ritrovamenti che restano nella memoria per sempre.


Cosa è cambiato nel tempo?

“Sta crescendo il rispetto per il cane, anche se ci sono ancora molti fossilizzati.”

Il futuro va avanti. Il rispetto, lentamente, torna.


Che consiglio daresti a chi vuole iniziare oggi?

“Valutate prima la passione, non l’aspetto economico.”

Chi entra per i soldi, spesso esce presto. Chi entra per passione, resta.


Cos’è davvero andare a tartufi?

“È la passione più bella del mondo, per chi ha la predisposizione alla cinofilia e al bosco.”

Non è un hobby. È una vocazione.


 

Chi va a tartufi può scegliere due strade.
Quella di chi corre.
E quella di chi cammina.

Luigi Di Bacco cammina.
Accanto ai cani. Dentro il bosco.
Senza fretta. Con rispetto.

Perché il tartufo, prima di essere trovato, va meritato.
E chi lo cerca solo per denaro , spesso non lo incontra mai davvero.


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