Intervista a Luca Bannò: ambiente, tartufi e politica. “È tempo di rompere il silenzio”
Nel dibattito contemporaneo sul futuro del tartufo, tra tutela ambientale, economia del territorio e trasformazioni del paesaggio rurale, la voce dei cercatori torna ad assumere un ruolo centrale.
Abbiamo intervistato Luca Bannò, architetto, tartufaio e presidente della FILC – Federazione Italiana Liberi Cercatori, da anni impegnato nella difesa delle piante tartufigene e nella rappresentanza del mondo della cerca.
Dalla nascita della federazione alle criticità legate alla gestione dei boschi, fino ai temi della tracciabilità e del futuro politico della filiera, Bannò offre una riflessione articolata sul rapporto tra tartufo, territorio e istituzioni.
La nascita della sua associazione di tartufai è avvenuta in seguito a una proposta di
modifica della legge regionale sulla raccolta del tartufo. Qual è stato il punto preciso che vi
ha spinto a organizzarvi e intervenire pubblicamente?
La FILC – Federazione Italiana Liberi Cercatori nasce come risposta concreta alla proposta di
legge n. 1412 presentata dal senatore Giorgio Maria Bergesio, che avrebbe inciso profondamente
sul mondo della cerca del tartufo.
In Piemonte, dove operano numerose associazioni aderenti alla federazione — tra cui Trifole &
Trifolè, fondata nei primi anni ’90 e oggi tra le realtà con il maggior numero di iscritti.
Inizialmente si respirava un clima di sottovalutazione. Non era ancora chiara la reale portata del
danno che quella proposta avrebbe potuto arrecare alla tradizione, alla libera cerca e alla tutela delle
piante tartufigene.
Per questo motivo io, Giacomo Carpignano e Antonio Pinna abbiamo deciso di fondare la FILC,
uniti dagli stessi principi e dalla stessa visione:
difesa e tutela delle piante tartufigene
salvaguardia della libera cerca
rispetto della storia e della cultura del tartufo
A seguito della consulta regionale, alla quale era presente lo stesso senatore Bergesio, abbiamo
compreso che sarebbe stato necessario un intervento deciso per contrastare una proposta di legge
che consideravamo inaccettabile e potenzialmente dannosa per l’intero settore.
Da lì è nata la mobilitazione: forti e uniti abbiamo organizzato una manifestazione con marcia verso
il grattacielo della Regione Piemonte, dove abbiamo incontrato l’assessore al tartufo Marco Gallo.
Riteniamo che il contributo della FILC, insieme a quello di altre associazioni attive a livello
nazionale, sia stato determinante per mettere in stand-by la proposta di legge e per far comprendere
alla politica che il mondo dei tartufai è compatto e pronto a difendere la propria passione, la propria
storia e il proprio diritto alla libera cerca.
Con i tartufai non si scherza: quando si tratta di difendere il territorio e la tradizione, siamo pronti a
scendere in piazza.
Secondo lei oggi il mondo dei tartufai viene realmente ascoltato nei processi decisionali
regionali oppure continua ad essere coinvolto solo a decisioni già prese?
Posso parlare per la Regione Piemonte, dove faccio parte della Consulta regionale per il tartufo da
oltre dodici anni.
Nel tempo abbiamo vissuto fasi molto diverse. In passato abbiamo avuto assessori per i quali la
materia non rappresentava una priorità ed il settore non riceveva l’attenzione che meritava. Con il
passare degli anni, però, la consapevolezza dell’importanza del tartufo — non solo dal punto di
vista culturale ma anche economico è cresciuta in modo significativo.
Un primo vero cambio di passo si è avuto con l’assessore Fabio Carosso: da quel momento le
associazioni rappresentative dei tartufai hanno iniziato ad avere maggiore voce. In Consulta il
nostro parere viene richiesto sulle questioni che riguardano l’intera filiera del tartufo e si è avviato
un lavoro condiviso con i rappresentanti delle Province, con il Centro Nazionale Ricerche, con i
rappresentanti degli agricoltori e con i centri di ricerca, con l’obiettivo comune di tutelare e
valorizzare questo straordinario prodotto del territorio.
Oggi, con l’assessore Marco Gallo, stiamo proseguendo in un percorso molto importante,
improntato alla tutela, alla regolamentazione equilibrata e alla valorizzazione del tartufo
piemontese. Si è finalmente compreso che il tartufo non è soltanto una passione o una tradizione: è
un motore economico che sostiene un intero indotto fatto di ristoranti, alberghi, enoteche, negozi,
cantine vinicole e attività turistiche.
La crescita di attenzione istituzionale verso il settore dimostra che il dialogo tra istituzioni, ricerca e
associazioni può produrre risultati concreti, nel rispetto dell’ambiente, della libera cerca e della
storia che il tartufo rappresenta per il Piemonte.
Lei è molto impegnato sul tema della salvaguardia degli ambienti tartufigeni. Quanto
stanno incidendo realmente tagli forestali, conversioni agricole e trasformazioni del
territorio sulla produzione di tartufo bianco?
In Piemonte il problema principale è che la quasi totalità dei terreni tartufigeni è di proprietà
privata. Le aree demaniali si trovano per lo più lungo i corsi d’acqua o in zone montane, e questo
rende estremamente complesso intervenire in modo efficace per salvaguardare le piante tartufigene
dai tagli e dalle trasformazioni agricole.
Negli ultimi decenni il progresso e l’agricoltura estensiva hanno cambiato radicalmente il paesaggio
rurale. I mezzi agricoli sono diventati sempre più grandi e potenti: si ara fino a ridosso dei corsi
d’acqua, eliminando quelle fasce di rispetto che un tempo venivano lasciate a prato. Ricordo che in
passato la striscia di fondo campo veniva mantenuta per il pascolo; proprio in quelle zone, meno
lavorate e più ricche di biodiversità, nascevano spesso i tartufi. Oggi, con gli animali quasi
esclusivamente in stalla, il terreno viene coltivato e arato al cento per cento.
Anche le pratiche boschive sono cambiate profondamente. Mio nonno raccoglieva le foglie per
usarle come lettiera per gli animali; oggi vengono lasciate accumularsi nei boschi, creando una
pacciamatura eccessiva che in alcuni casi soffoca il terreno, altera l’equilibrio naturale e può
ostacolare la corretta respirazione del suolo, compromettendo la crescita del tartufo.
Un tempo il taglio della legna avveniva con piccoli mezzi agricoli e servivano settimane per
intervenire su un bosco. Oggi, con pale meccaniche e grossi trattori, in pochi giorni si abbattono
decine di alberi, si aprono piste forestali e si compatta il terreno con il continuo passaggio dei mezzi
pesanti. La compattazione del suolo e la distruzione della struttura forestale rendono spesso
l’ambiente non più idoneo alla crescita del tartufo.
Inoltre, molte tartufaie vengono oggi trinciate “a giardino”, eliminando quelle piante cosiddette
“comari” che favoriscono la biodiversità, la simbiosi micorrizica e il mantenimento dell’umidità
necessaria alla nascita del tartufo. Si perde così quell’equilibrio delicato tra pianta, fungo e
ambiente che è alla base della produzione naturale.
Il risultato è che il territorio cambia più velocemente della nostra capacità di proteggerlo. Per questo
diventa fondamentale un dialogo costante tra istituzioni, agricoltori, forestali e associazioni di
tartufai: la tutela delle piante tartufigene non è solo una questione di passione, ma di gestione
consapevole del territorio e di salvaguardia di un patrimonio ambientale ed economico unico.
La Regione Piemonte ha previsto contributi economici per chi mantiene e tutela le piante
tartufigene. Lei ha espresso forti perplessità sull’entità di questi fondi: perché li ritiene
insufficienti?
In Piemonte la contribuzione per il mantenimento delle piante tartufigene da bianco rappresenta
uno strumento importante, ma complesso nella gestione.
Il proprietario che intende richiedere il contributo deve presentare domanda sul portale regionale
“Tartufi”, indicando:
foglio e particella catastale
Comune di appartenenza
numero di piante
specie (quercia, pioppo, nocciolo)
disposizione (in filare, a gruppo o singole)
La pratica passa poi alle Commissioni agricole comunali, dove le associazioni più rappresentative
della provincia designano due tartufai esperti per le verifiche.
Per esempio, nella provincia di Torino nomino nelle varie commissioni circa quaranta tartufai
esperti incaricati di controllare sul campo:
l’effettiva esistenza delle piante
la loro natura tartufigena
la reale produttività
Si tratta quindi di un sistema che, sulla carta, prevede controlli tecnici e territoriali molto accurati.
Purtroppo non mancano casi di dichiarazioni gonfiate: alcuni proprietari indicano centinaia di piante
produttive quando in realtà il numero è inferiore, con l’obiettivo di ottenere un contributo maggiore.
È un aspetto particolarmente delicato perché il fondo destinato a questi pagamenti deriva dalla tassa
che i tartufai versano per il tesserino.
Se i richiedenti fossero più corretti, si potrebbero ridistribuire meglio le risorse ed il contributo
potrebbe arrivare anche a 24 euro a pianta.
Un’altra grande difficoltà riguarda i tempi amministrativi:
1. Dopo il passaggio in Commissione agricola, i Comuni devono trasmettere la
documentazione in Regione.
2. Molti Comuni, per carenza di personale o per scarsa considerazione del settore tartufo,
ritardano l’invio oppure inviano pratiche incomplete.
3. Questo rallenta le verifiche successive e i controlli sul posto da parte dell’IPLA (5% di
controlli)
4. Di conseguenza, si accumulano ritardi nei pagamenti ai proprietari.
Il rischio è che il contributo diventi un’arma a doppio taglio: se il proprietario non viene pagato per
lungo tempo, può decidere per ripicca di tagliare le piante, vanificando lo scopo stesso della misura.
Nell’ultima Consulta regionale si è chiesto di affiancare ai fondi provenienti dai tesserini altre
risorse, magari intercettando fondi europei o capitoli specifici legati a:
tutela ambientale
biodiversità
paesaggio rurale
sviluppo turistico
Il tartufo non è solo un prodotto gastronomico, ma un presidio ambientale e un volano economico.
Come associazione della provincia di Torino abbiamo strutturato una rete capillare:
un delegato per ogni Comune
monitoraggio costante del territorio
segnalazione di tagli, problemi ambientali o conflitti tra tartufai
interventi tempestivi
In caso di taglio di piante tartufigene, arriviamo ad offrire un contributo economico diretto per
evitarne l’abbattimento.
Inoltre:
affittate diverse tartufaie
le mantenete pulite e curate
incrementate le piante
e soprattutto le lasciate alla libera cerca
Questo dimostra un modello concreto di gestione attiva e responsabile del territorio, che va oltre la
semplice rivendicazione di diritti: è una vera azione di tutela ambientale e sociale.
Il nodo centrale resta sempre lo stesso: se il sistema funzionasse in modo più fluido, trasparente e
supportato da risorse adeguate, la tutela delle piante tartufigene potrebbe essere molto più efficace e
condivisa.
Ha proposto che gli operatori commerciali presenti alla Fiera del Tartufo di Alba
contribuiscano economicamente alla tutela ambientale. In che modo immagina questo
meccanismo?
La mia proposta rivolta ai commercianti di Alba aveva un valore chiaramente provocatorio, ma nel
senso più costruttivo del termine: far capire che la filiera del tartufo non si esaurisce con la raccolta.
Ad Alba,capitale riconosciuta del tartufo bianco, attorno a questo prodotto ruota un sistema
economico ampio e strutturato: cercatori, commercianti, mediatori, ristoratori, strutture ricettive,
organizzatori di eventi, comunicatori. Tutti lavorano e generano reddito grazie al tartufo.
È quindi legittimo sostenere che anche la salvaguardia delle piante tartufigene debba essere una
responsabilità condivisa. Oggi il peso economico ricade in gran parte sui tartufai, che:
pagano il tesserino
finanziano indirettamente i contributi alle piante
sostengono le associazioni
presidiano il territorio
intervengono concretamente per evitare tagli
La provocazione mette in luce un principio semplice: chi trae beneficio dalla filiera dovrebbe
contribuire anche alla tutela della risorsa.
L’eduzione per me è la cosa più importante
Portare il tartufo nelle scuole elementari significa lavorare sul lungo periodo. I bambini sono
curiosi, fanno domande, vogliono capire:
come nasce il tartufo
perché serve il cane
cos’è la simbiosi con le piante
perché il rispetto del bosco è fondamentale
Sono davvero “spugne”. Se capiscono da piccoli che la natura non è una cosa distante ma qualcosa
che incide direttamente sulla nostra vita, diventeranno adulti più consapevoli.
Educare al tartufo significa educare a:
rispetto dell’ambiente
equilibrio tra uomo e territorio
valore della biodiversità
cultura delle tradizioni
Il futuro della libera cerca e della tutela delle piante tartufigene passa anche da lì: dalla
consapevolezza delle nuove generazioni.
La tua esperienza nelle scuole dimostra che l’interesse c’è.
Ora la sfida è trasformare queste iniziative in un percorso strutturato, magari con progetti didattici
condivisi tra associazioni, istituzioni e mondo della scuola.
Perché la salvaguardia non si costruisce solo con contributi economici o regolamenti, ma soprattutto
con cultura.
Una domanda inevitabile: esiste il rischio che eventuali nuove tasse o contributi finiscano
per ricadere sul prezzo finale del tartufo e quindi sull’acquirente?
Attualmente il sistema economico legato alla raccolta del tartufo prevede due livelli distinti di
contribuzione:
1. Tassa regionale sul tesserino, che confluisce nelle casse delle Regioni e serve a finanziare:
o attività di tutela
o contributi per le piante tartufigene
o controlli e gestione amministrativa
o iniziative legate al settore
In Piemonte Piemonte questa tassa è passata negli ultimi anni da 140 a 160 euro. È un
aumento contenuto e, se rapportato al valore del Tuber magnatum, può essere considerato
sostenibile e coerente con l’importanza economica del prodotto.
2. Imposta statale di 100 euro, introdotta per coprire la vendita occasionale di tartufi fino a
7.000 euro annui.
Questo strumento rappresenta una conquista importante ottenuta anni fa, perché:
o consente ai tartufai di operare in modo regolare senza aprire partita IVA
o offre una copertura fiscale chiara
o potrebbe diventare un valido strumento di tracciabilità
Il problema è che questa imposta viene pagata da pochissimi tartufai. Se l’adesione resta bassa, lo
strumento rischia di essere eliminato, nonostante il suo potenziale.
E sarebbe un errore, perché:
aiuterebbe i commercianti ad avere un documento di provenienza del tartufo
migliorerebbe la trasparenza della filiera
rafforzerebbe la credibilità del settore verso le istituzioni
offrirebbe maggiori garanzie al consumatore
Il nodo centrale è culturale: molti vedono l’imposta come un costo in più, ma in realtà è uno
strumento di legittimazione e tutela per l’intera categoria.
Se ben utilizzata, potrebbe:
rafforzare la posizione dei tartufai nei tavoli istituzionali
rendere più solida la tracciabilità
dare maggiore forza quando si chiedono contributi o fondi europei
Il settore del tartufo, soprattutto in una regione come il Piemonte, ha ormai un peso economico e
mediatico tale da richiedere strumenti moderni, trasparenti e condivisi.
La vera sfida è far comprendere che legalità e tracciabilità non sono un limite alla libera cerca, ma
una garanzia per il suo futuro.
Dopo il servizio della trasmissione Report sull’origine dei tartufi bianchi commercializzati
come piemontesi, quali interventi concreti dovrebbe adottare secondo lei la Regione
Piemonte?
Il servizio di Report Report ha portato all’attenzione nazionale una criticità che nel settore era nota
da anni, ma che è stata esposta in modo molto diretto e, per certi aspetti, dirompente.
È evidente che alcune persone probabilmente rimaste escluse per vari motivi dalla Fiera di Alba
abbiano colto l’occasione per esprimere critiche anche pesanti verso un sistema dal quale, in altri
momenti, hanno tratto beneficio. Questo però non cancella il fatto che il problema esista.
In Piemonte ci si è accorti tardi della necessità di tutelare in modo strutturato le piante tartufigene.
La pressione economica, la crescente domanda e una gestione non sempre lungimirante hanno
contribuito a far “sfuggire di mano” la situazione. Un passo importante è stato compiuto grazie al
presidente Alberto Cirio, con l’istituzione della Consulta regionale del tartufo: uno strumento che
finalmente consente ai soggetti della filiera di confrontarsi, proporre soluzioni e incidere sulle
scelte.
Il dato oggettivo è che la richiesta di tartufo piemontese è enorme, superiore alla reale disponibilità.
Non possiamo soddisfare tutta la domanda solo con prodotto locale, soprattutto nelle annate
difficili.
È probabile che l’Ente Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba scelga di dichiarare
esplicitamente una provenienza italiana del tartufo nelle prossime edizioni. D’altronde il tartufo è
eccellente in molte regioni d’Italia, e una dichiarazione trasparente potrebbe essere una soluzione
equilibrata e onesta verso il consumatore.
Allo stesso tempo, mi sento di difendere la Fiera di Alba. Conoscendo bene l’ambiente, ho sempre
visto giudici competenti e severi:
tartufi non idonei scartati
controlli qualitativi attenti
esposizione e vendita riservate ai prodotti migliori
La qualità è sempre stata un elemento centrale.
Il punto oggi non è negare le criticità, ma affrontarle con maturità: più tutela delle piante, più
trasparenza nella provenienza, più responsabilità condivisa nella filiera. Solo così si può difendere
davvero l’immagine del tartufo e della Fiera, senza nascondere i problemi ma nemmeno
strumentalizzarli.
Il tema della tracciabilità del tartufo è sempre più centrale. È realistico pensare a un
sistema di certificazione efficace oppure rischia di diventare solo burocrazia aggiuntiva?
Una tracciabilità scientifica totale del tartufo cioè la possibilità di certificare con certezza il bosco
di provenienza di ogni singolo esemplare oggi è oggettivamente molto complessa, costosa e
difficilmente applicabile su larga scala.
il tartufo è un prodotto spontaneo, non standardizzato
testare ogni esemplare sarebbe economicamente e logisticamente impraticabile
esistono margini per comportamenti opportunistici (aziende che “ripuliscono” prodotto
estero, dichiarazioni difficili da verificare, validità nazionale del tesserino, ecc.)
È vero anche che una parte della cosiddetta “tracciabilità” rischia di essere più comunicazione che
sostanza, se non è accompagnata da controlli seri.
Dire però che “non esisterà mai” forse è troppo definitivo. Oggi siamo lontani da un sistema
perfetto, ma questo non significa che non possano esistere:
controlli a campione
analisi isotopiche o genetiche su lotti sospetti
sistemi digitali di registrazione dei passaggi commerciali
obblighi documentali più stringenti
Non servirebbe testare ogni tartufo, ma creare un sistema in cui il rischio di sanzione renda meno
conveniente frodare.
finché la richiesta supera di molto l’offerta piemontese e il differenziale di prezzo tra prodotto
locale ed estero è alto, l’incentivo alla “ripulitura” esisterà.
Il problema non è solo tecnico, è economico.
Per questo la tua proposta di investire in:
micorrizazione delle piante
miglioramento delle tecniche colturali
incremento sostenibile della produzione
ha una logica strategica: aumentare l’offerta riduce la pressione sul sistema.
Bloccare le importazioni con controlli ai confini, però, è più complesso di quanto sembri:
l’Italia è dentro l’Unione Europea → libera circolazione delle merci
il tartufo non è merce vietata
si possono controllare documenti e requisiti sanitari, ma non impedire l’ingresso se è
regolare
Il vero tema non è fermare il tartufo estero, ma evitare che venga venduto come italiano.
È vero: in alcuni casi la parola “tracciabilità” viene usata come leva comunicativa.
Ma attenzione a non buttare via tutto. Una maggiore trasparenza può:
proteggere i cercatori onesti
tutelare i commercianti seri
rafforzare la credibilità del settore
Il rischio, al contrario, è che negare qualsiasi forma di tracciabilità venga percepito all’esterno come
chiusura o difesa corporativa.
Forse la posizione più solida anche politicamente potrebbe essere:
no a grossi investimenti per certificare ogni tartufo
sì a investimenti su produzione, micorrizazione e tutela delle piante
sì a controlli mirati e a campione sui lotti sospetti
sì a documentazione obbligatoria semplice ma verificabile
Non un sistema perfetto, ma un sistema credibile.
In sintesi:
Una tracciabilità assoluta è oggi irrealistica e che la priorità deve essere la produzione e la tutela
ambientale.
Ma probabilmente la soluzione non è scegliere tra “tutto o niente”, bensì trovare un equilibrio tra
pragmatismo economico e credibilità del settore.
Lei è contemporaneamente architetto e tartufaio. Quanto l’esperienza diretta nel bosco
influenza le sue posizioni rispetto a chi affronta il tema solo da un punto di vista
istituzionale?
Il tartufo non è solo un prodotto, ma un mondo complesso fatto di territorio, natura, tradizione e
relazioni tra persone e ambiente. La mia esperienza personale crescere nei boschi, imparare da mio
nonno, vivere la natura ed i prati mi ha dato una prospettiva che nessun documento o studio può
sostituire.
I principi che ho appreso e applicato sono quelli che mantengono vivo il patrimonio tartufigeno:
addestrare i cani nel rispetto del bosco
chiudere le buche dopo la ricerca
pestare il meno possibile il terreno
fare silenzio e osservare il bosco
moltiplicare le piante produttive tramite polloni
Non si tratta solo di “buone pratiche”: è conoscenza diretta dell’ecosistema, esperienza sul campo,
attenzione al ciclo naturale che permette al tartufo di crescere anno dopo anno.
Il mio richiamo alla differenza tra istituzioni e realtà concreta è molto calzante: chi affronta il
problema solo “da ufficio” spesso non comprende la complessità. È un po’ come un ministro degli
esteri che non conosca la lingua del paese con cui tratta: può leggere i rapporti, ma non coglie
sfumature e dinamiche fondamentali.
Il mondo del tartufo richiede:
conoscenza diretta del territorio
esperienza sul campo e sensibilità verso l’ecosistema
comprensione delle dinamiche tra produttori, boschi, fauna e stagioni
Soltanto chi conosce veramente questi aspetti può proporre soluzioni concrete, sostenibili e
rispettose della tradizione. La mia testimonianza evidenzia che la passione, l’esperienza pratica e il
rispetto per la natura non sono opzionali: sono la base per tutelare un patrimonio unico come il
tartufo.
Negli ultimi anni i tartufai stanno assumendo un ruolo sempre più visibile nel dibattito
pubblico. Crede che il mondo della cerca debba entrare stabilmente nella rappresentanza
politica regionale?
Il modello della Consulta regionale per il tartufo del Piemonte Piemonte dimostra quanto sia
importante dare voce alle associazioni presenti sul territorio.
Le ragioni per cui una consulta regionale dovrebbe esistere in tutte le regioni sono molteplici:
1. Conoscenza diretta del territorio
Le associazioni locali conoscono le tartufaie, le dinamiche di crescita, le minacce ai boschi e
ai terreni tartufigeni. Solo chi lavora sul campo sa quali siano i problemi reali e le soluzioni
più efficaci.
2. Aggiornamento continuo sulla produzione
La realtà tartufigena cambia di anno in anno, in base al clima, alle pratiche agricole e
all’andamento delle stagioni. Una consulta regionale permette di monitorare continuamente
lo stato della produzione e intervenire rapidamente.
3. Rappresentanza della filiera
Il tartufo genera un indotto economico considerevole: cercatori, commercianti, ristoratori,
eventi, turismo e tutto il settore correlato. Una consulta garantisce che ci siano
rappresentanti a livello istituzionale che difendano gli interessi di tutta la filiera.
4. Dialogo costruttivo con le istituzioni
Senza una voce ufficiale, le decisioni legislative o amministrative rischiano di essere
scollegate dalla realtà. La consulta permette di portare proposte concrete e basate
sull’esperienza, evitando errori e regolamenti dannosi.
5. Tutela e valorizzazione della risorsa
La presenza di una consulta consente anche di sviluppare progetti di tutela ambientale,
incremento della produzione, formazione dei nuovi cercatori e promozione sostenibile del
tartufo.
In sintesi: il tartufo non è solo un prodotto, ma un patrimonio naturale, culturale ed
economico. Dare voce alle associazioni tramite consulti regionali è l’unico modo per tutelare
davvero le tartufaie, sostenere la filiera e garantire un futuro sostenibile per tutti gli operatori.
Guardando al futuro: vede il suo impegno evolvere verso un ruolo politico più strutturato?
In anteprima voglio dire che sto creando un movimento che si chiama Naturalmente Italia. È un
progetto che nasce dalla mia passione per la natura e dalla convinzione che ogni decisione politica
debba avere al centro il rispetto del nostro ambiente. Non parlo solo di tartufi che conosco
profondamente ma anche di pesca, suoli, laghi, fiumi e montagna. Tutto ciò che rende il nostro
Paese unico e che va tutelato.
Questo movimento, che si presenterà come lista civica, sarà il movimento del “Sì”: siamo nel 2026
e non possiamo fermarci davanti al progresso. Le opere vanno fatte, le infrastrutture vanno
costruite, ma con criterio, solo dopo studi accurati e decisioni sagge, cercando di creare il minor
impatto possibile sull’ambiente. I fiumi devono essere dragati e puliti, il passaggio delle nuove
strade va scelto con cura, sempre nel rispetto della natura.
La politica mi ha sempre affascinato perché è lo strumento con cui si possono risolvere problemi
concreti. Amo affrontare le questioni con intelligenza, e soprattutto aiutare le persone, proprio come
faccio con i miei soci nell’associazione di tartufai. Credo che l’unico modo per cambiare davvero le
cose sia avvicinarsi alla politica, prendendosi responsabilità diretta, senza nascondersi dietro a
nulla e nessuno.
Voglio costruire un gruppo compatto di persone appassionate come me, persone valide e concrete,
che si siano già distinte nella salvaguardia della natura. Persone che sappiano esporsi in prima
persona, accettando applausi e critiche, senza perdere mai la speranza.
Con Naturalmente Italia vogliamo dimostrare che si può essere progressisti e rispettosi
dell’ambiente allo stesso tempo: sì allo sviluppo, sì alle infrastrutture, sì alla vita, ma sempre con il
cuore e la mente rivolti alla natura.
Le faccio una domanda personale ma inevitabile: si immagina domani più come
rappresentante politico, tartuficoltore, commerciante oppure continuerà a restare prima di
tutto un tartufaio?
Per me, la raccolta dei tartufi rimane un piacere e una passione, ma la priorità è sempre la
salvaguardia del territorio e delle piante. La ricerca viene subito dopo, e solo in terzo luogo
l’aspetto economico: se con i tartufi si riesce a ripagare le spese, è un valore aggiunto, non
l’obiettivo principale.
Il mio ruolo in Consulta regionale mi ha dato strumenti preziosi:
lavoro di squadra e cooperazione tra associazioni
partecipazione a decisioni concrete e positive per la filiera
capacità di mediare tra esigenze ambientali, produttive ed economiche
Un esempio concreto che hai citato è la chiusura completa della raccolta nel mese di settembre,
un provvedimento difficile ma necessario che sono riuscito ad ottenere. La soddisfazione deriva dal
fatto che questa scelta ha beneficiato l’intero settore, preservando le tartufaie per gli anni successivi.
Le esperienze passate mi portano ad una responsabilità che comporta politica, con lo stesso
approccio pragmatico, concreto e orientato al bene comune che ho sempre applicato nel mondo del
tartufo.
In sintesi: il mio impegno non è solo una passione personale, ma un vero esempio di gestione
responsabile e lungimirante del patrimonio naturale, e questo spero renda credibile un futuro
impegno politico.
Qual è oggi, secondo lei, il vero rischio per il futuro del Tuber magnatum pico: il
cambiamento climatico, la pressione economica o le scelte politiche?
Non si può negare che il clima influisca enormemente sulla produzione del Tuber magnatum:
temperature più alte e siccità riducono la crescita dei tartufi
eventi climatici estremi danneggiano tartufaie naturali
le stagioni irregolari modificano i cicli di fruttificazione
Chi lavora sul campo, come me, vede questi effetti ogni anno. La natura cambia, e la gestione delle
tartufaie deve adattarsi.
Il problema è che in Italia non vengono investiti capitali significativi per la ricerca e la tutela del
settore, soprattutto se confrontati con Paesi come Francia e Spagna, dove esistono programmi
scientifici strutturati per:
micorrizazione controllata delle piante
incremento della produzione
gestione sostenibile delle tartufaie
In Italia, spesso si tende a vivere di rendita sul patrimonio naturale e culturale del passato, ma quella
“gloria” non durerà se non ci si rimbocca le maniche. Il rischio è diventare retrogradi e incapaci di
valorizzare le proprie risorse, nonostante il territorio sia piccolo ma ricchissimo di potenzialità.
I comuni devono avere più autonomia e più risorse per gestire correttamente il proprio territorio:
tutela delle tartufaie e dei boschi
interventi preventivi su suoli, fiumi e foreste
gestione sostenibile delle infrastrutture
Se le amministrazioni locali hanno strumenti concreti e budget adeguati, possono prevenire danni e
proteggere le risorse naturali, evitando che decisioni centralizzate o lente compromettano il
patrimonio ambientale.
In sintesi:
il cambiamento climatico è un dato oggettivo, ma la politica e la gestione territoriale possono fare la
differenza. Se non si investe concretamente in ricerca, tutela e pianificazione, anche le eccellenze
italiane rischiano di ridursi drasticamente.
Se potesse ottenere dalla Regione Piemonte una sola misura concreta entro domani
mattina, quale sarebbe?
La mia iniziativa Naturalmente Italia è molto chiara e ambiziosa: punta a una tutela concreta e
strutturale del verde, andando ben oltre la filiera del tartufo.
Il primo passo sarà quindi una raccolta firme a livello nazionale per una legge che:
tuteli le piante in generale
impedisca l’abbattimento indiscriminato
dia particolare attenzione alle querce, che crescono lentamente e sono fondamentali per
l’ecosistema
Sto già lavorando sul testo e a breve la raccolta firme sarà pubblica.
Dal Piemonte Piemonte mi aspetto l’appoggio dell’Assessore al tartufo Marco Gallo, per
presentare la proposta nelle sedi competenti a Roma.
Questa legge non sarà una misura a favore dei soli tartufai, ma di tutti coloro che amano la
natura, per garantire che le generazioni future possano continuare a vedere alberi verdi, respirare
aria pulita e trovare serenità e gioia semplicemente guardando dalla finestra.
In pratica, si tratta di un atto di responsabilità collettiva: proteggere le piante significa proteggere
la vita, l’ambiente e la qualità della nostra quotidianità.





