Basilicata, 143 ettari chiusi alla libera cerca

Basilicata, 143 ettari verso la “tartufaia controllata”: il mondo del tartufo si divide

 

C’è una frase che, più di tutte, ha acceso discussioni, paure e polemiche nel mondo del tartufo italiano.

Arriva dalla Basilicata, dalla fascia ionica tra Pisticci e Scanzano Jonico, dove ALSIA ha annunciato un progetto di valorizzazione su circa 143 ettari di pineta mediterranea.

Le parole sono tecniche, istituzionali, quasi burocratiche: tutela ambientale, sviluppo economico, gestione forestale, tartufaia controllata.

Ma nel mondo dei cavatori certe parole hanno un peso enorme.

Perché per molti tartufai la traduzione è immediata: “143 ettari sottratti alla libera cerca.”

E qui il dibattito diventa molto più grande della Basilicata.

 

Il punto non sono solo i 143 ettari

 

Nessuno pensa davvero che il problema siano soltanto quei terreni.

Il punto è il modello che potrebbe nascere da iniziative di questo tipo.

 

Da una parte c’è la visione istituzionale: gestire il territorio, migliorare gli ecosistemi, regolamentare gli accessi, valorizzare economicamente una risorsa naturale spesso lasciata al degrado.

 

Dall’altra c’è il mondo storico della cerca: quello del bosco vissuto come spazio libero, popolare, aperto ai cavatori e ai loro cani.

 

Due culture diverse.

Due idee quasi opposte di tartufo.

 

“Tartufaia controllata”: due parole che cambiano tutto

 

Nel comunicato si parla di recinzioni, segnaletica e regolamentazione degli accessi.

 

Per molti sono semplici strumenti di gestione ambientale.

 

Per altri rappresentano un passaggio simbolico enorme: il tartufo spontaneo che smette di essere percepito come patrimonio diffuso e inizia a entrare in una logica organizzata, amministrata, controllata.

 

Ed è qui che nasce il nervosismo.

 

Perché il tartufaio medio si domanda: oggi una pineta pubblica.

Domani cosa?

 

Boschi in concessione?

Aree sempre più regolamentate?

Accessi limitati?

Zone dove può entrare solo chi ha determinati accordi o autorizzazioni?

 

Domande che, piaccia o no, iniziano a circolare sempre più spesso nel settore.

 

La trasformazione silenziosa del tartufo italiano

 

Negli ultimi anni il mondo del tartufo è cambiato profondamente.

 

Sono cresciuti:

 

gli investimenti privati

 

gli affitti di terreni boschivi

 

le tartufaie coltivate

 

le aziende strutturate 

Parallelamente, molti cavatori hanno iniziato a percepire una lenta trasformazione: meno improvvisazione, meno spontaneità, più organizzazione.

Per altri è l’inizio della fine di una cultura popolare che ha sempre vissuto di libertà, esperienza e rapporto diretto col bosco.

 

La verità è che il progetto ALSIA apre una questione enorme: il futuro del tartufo italiano sarà sempre più “gestito”?

Per qualcuno è l’unico modo per tutelare ambiente e risorsa.

Per altri è il rischio concreto di allontanare il tartufo dal suo mondo originario.

E forse la domanda più scomoda è proprio questa:

 

quando il bosco diventa “sistema”, chi resta fuori?

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