IL PREZZO FISICO DELLA CERCA: GINOCCHIA, SCHIENA E ARTICOLAZIONI DEL TARTUFAIO

La cerca del tartufo viene spesso descritta attraverso le sue immagini più belle: il bosco all’alba, il cane al lavoro, l’emozione della raspata e il profumo del tartufo appena cavato.

Molto meno si parla di ciò che questa attività può lasciare sul corpo del tartufaio.

Ginocchia doloranti, schiena rigida, caviglie infiammate, dolori alle anche e articolazioni che sembrano “sentire il tempo” non sono affatto rari tra chi percorre per anni boschi, fossi, pendii e terreni sconnessi.

La cerca fa bene: significa camminare, stare all’aperto, mantenersi attivi e allenare equilibrio e resistenza. Ma non è una semplice passeggiata. È un’attività fisica particolare, fatta di salite, discese, torsioni, appoggi irregolari e continui piegamenti. Se praticata frequentemente, senza preparazione e senza un recupero adeguato, può presentare il conto.

Il bosco non è un terreno neutro

Camminare su una strada pianeggiante non equivale a muoversi per ore su un versante.

Durante la cerca il piede appoggia continuamente su sassi, radici, fango, foglie bagnate e buche nascoste. Il corpo deve correggere l’equilibrio a ogni passo e il carico non viene distribuito in modo uniforme.

In discesa le ginocchia devono frenare il peso del corpo. In salita lavorano maggiormente cosce, anche e zona lombare. Nei traversi, quando si cammina lateralmente lungo un pendio, una gamba rimane più alta dell’altra e bacino e colonna assumono posizioni asimmetriche.

Se a questo aggiungiamo molte ore di cammino, il peso dello zaino, eventuali chili di troppo e una muscolatura non sufficientemente allenata, si comprende perché alcune articolazioni possano andare incontro a sovraccarico.

Le ginocchia: il punto debole delle discese

Il ginocchio è probabilmente una delle articolazioni più sollecitate dal tartufaio.

Le discese lunghe e ripide, soprattutto se affrontate velocemente, aumentano il lavoro necessario per controllare ogni passo. I cambi improvvisi di direzione, gli scivolamenti e le torsioni con il piede bloccato nel terreno possono inoltre favorire distorsioni o irritare strutture già sofferenti.

I segnali più comuni sono:

– dolore nella parte anteriore o interna del ginocchio;

– rigidità dopo essere rimasti fermi;

– gonfiore dopo la cerca;

– difficoltà nel piegarsi o nel rialzarsi;

– sensazione di instabilità;

– dolore più evidente scendendo o salendo.

Non tutto il dolore al ginocchio è artrosi e non ogni fastidio indica necessariamente una lesione. Tuttavia, quando il problema si ripete a ogni uscita, ignorarlo e continuare a caricare l’articolazione raramente è una buona strategia.

La schiena del tartufaio

La schiena non lavora soltanto mentre si cammina.

Durante la cerca ci si piega per osservare il cane, ci si inginocchia, si scava in posizioni scomode e ci si rialza spesso facendo forza in maniera irregolare. Nei punti più ripidi si procede con il busto inclinato, mentre uno scivolamento improvviso può provocare una torsione violenta.

A volte non è un singolo movimento a causare il problema. È la somma di centinaia di piccoli sforzi ripetuti per molte stagioni.

La lombalgia è una delle condizioni muscoloscheletriche più diffuse in assoluto. Secondo l’”Organizzazione Mondiale della Sanità” (https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/low-back-pain), può dipendere da diversi fattori e non sempre è possibile attribuirla a una sola causa.

Nel tartufaio possono contribuire:

– postura piegata durante lo scavo;

– rotazioni del busto mentre i piedi restano fermi;

– muscoli addominali, lombari e glutei poco allenati;

– lunghe uscite dopo periodi di inattività;

– trasporto di attrezzature su un solo lato;

– cadute o scivolamenti;

– recupero insufficiente tra un’uscita e l’altra.

Anche, caviglie e piedi: gli altri punti dimenticati

Un ginocchio dolorante può modificare il modo di camminare. Una caviglia rigida può obbligare il ginocchio e l’anca a compensare. Un dolore alla schiena può portare a caricare maggiormente una gamba.

Il corpo lavora come una catena: quando un punto perde mobilità o forza, spesso un altro è costretto a fare più lavoro.

Le caviglie sono particolarmente esposte sui terreni sconnessi. Le anche risentono delle salite, dei traversi e dei continui piegamenti. Anche la pianta del piede può infiammarsi quando si utilizzano calzature inadatte, troppo rigide, consumate o incapaci di sostenere correttamente il passo.

Per questo il dolore non dovrebbe essere osservato soltanto nel punto in cui compare. La causa può trovarsi anche altrove.

Freddo, umidità e “reumatismi”

Nel linguaggio comune si tende a chiamare “reumatismi” quasi ogni dolore che aumenta durante l’autunno e l’inverno.

Occorre però fare una distinzione. Le malattie reumatiche comprendono condizioni differenti e non vengono provocate semplicemente dal fatto di camminare in un bosco freddo o bagnato. Umidità, basse temperature e variazioni atmosferiche possono però aumentare, in alcune persone, la percezione del dolore e la rigidità di articolazioni e muscoli già sensibili.

Il problema concreto per il tartufaio è spesso un altro: rimanere per ore con scarponi, calze o indumenti bagnati, raffreddarsi durante le soste e ripartire con la muscolatura rigida.

Il freddo non deve quindi diventare il colpevole universale, ma neppure essere sottovalutato. Abbigliamento traspirante, ricambi asciutti e protezione dall’acqua possono rendere l’uscita molto meno pesante.

La cerca fa male oppure fa bene?

La risposta corretta è: dipende da come viene praticata.

Camminare regolarmente offre importanti benefici alla salute, aiuta a controllare il peso e mantiene attivi muscoli, ossa ed equilibrio. L’”OMS” (https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/physical-activity) considera l’attività fisica regolare fondamentale anche per la prevenzione di molte patologie.

Il problema nasce quando la cerca passa improvvisamente da zero a molte ore, magari all’apertura della stagione, oppure quando si continua a uscire nonostante un dolore persistente.

Il tartufaio allenato non è necessariamente quello che cammina più a lungo. È quello che possiede forza, mobilità ed equilibrio sufficienti per affrontare il terreno senza scaricare tutto il lavoro sulle articolazioni.

Come ridurre il sovraccarico

Non esiste una protezione assoluta, ma alcune abitudini possono fare una grande differenza.

Prepararsi prima della stagione

Cominciare a camminare soltanto il giorno dell’apertura significa chiedere al corpo uno sforzo per il quale potrebbe non essere pronto. Brevi camminate regolari, esercizi di forza e lavoro sull’equilibrio sono più utili di una preparazione improvvisata negli ultimi giorni.

Rinforzare gambe e tronco

Cosce, glutei, polpacci e muscoli del tronco aiutano a stabilizzare ginocchia, anche e schiena. Gli esercizi devono però essere scelti in base all’età, alle condizioni fisiche e agli eventuali problemi già presenti, preferibilmente con il consiglio di un professionista.

Aumentare gradualmente le ore di cerca

Passare direttamente da una vita sedentaria a cinque o sei ore nel bosco espone facilmente a dolori e infiammazioni. Durata e difficoltà delle uscite dovrebbero crescere poco alla volta.

Usare calzature adatte

Uno scarpone deve offrire aderenza, stabilità e comfort. Una suola consumata aumenta il rischio di scivolare, mentre una calzatura inadatta può modificare l’appoggio e ripercuotersi su caviglie, ginocchia e schiena.

Utilizzare un bastone quando serve

Soprattutto in discesa, un bastone può offrire un punto di appoggio supplementare e migliorare l’equilibrio. Non è un segno di debolezza: sui terreni difficili è uno strumento di sicurezza.

Curare la tecnica di scavo

Quando è possibile, conviene avvicinarsi alla buca senza torcere la schiena, cambiare posizione durante uno scavo prolungato ed evitare di rialzarsi con movimenti bruschi. Anche il vanghetto deve essere proporzionato e comodo da utilizzare.

Distribuire bene il peso

Zaini pesanti, borse portate sempre dallo stesso lato e attrezzature ingombranti possono creare squilibri. Portare soltanto ciò che serve e distribuire il carico in modo simmetrico alleggerisce il lavoro della schiena.

Non sottovalutare il recupero

Dopo un’uscita impegnativa il corpo ha bisogno di recuperare. Sonno, idratazione e alternanza tra giornate pesanti e giornate più leggere fanno parte della preparazione tanto quanto il cammino.

Antidolorifici: attenzione al “tanto poi passa”

Assumere un farmaco soltanto per riuscire a continuare la cerca può nascondere temporaneamente il dolore senza risolverne la causa.

Antinfiammatori e antidolorifici non sono privi di rischi e dovrebbero essere utilizzati secondo le indicazioni del medico o del farmacista, soprattutto in presenza di problemi gastrici, renali, cardiaci o di altre terapie.

Il dolore è un segnale, non un avversario da zittire a ogni costo.

Quando è opportuno fermarsi

Un fastidio lieve dopo un’uscita particolarmente lunga può risolversi con il recupero. È invece consigliabile rivolgersi a un medico quando il dolore:

– compare improvvisamente ed è molto intenso;

– segue una caduta o una torsione;

– impedisce di appoggiare la gamba;

– continua o peggiora nei giorni successivi;

– è accompagnato da gonfiore importante, rossore o febbre;

– provoca debolezza, formicolio o perdita di sensibilità;

– dalla schiena si estende lungo una gamba;

– si associa a problemi nel controllo di vescica o intestino.

Soltanto una valutazione professionale può distinguere un semplice sovraccarico da un problema articolare, muscolare o neurologico che richiede cure specifiche. Come ricorda anche “Humanitas” (https://www.humanitas.it/sintomi/dolore-articolare/), per trattare correttamente un dolore articolare occorre prima individuarne l’origine.

Ascoltare il corpo significa continuare ad andare a tartufi

Molti tartufai accettano il dolore come se fosse una conseguenza inevitabile dell’età o una prova di resistenza.

Ma non c’è nulla da dimostrare al bosco.

Accorciare un’uscita, scegliere un terreno meno impegnativo, utilizzare un bastone, perdere qualche chilo, allenarsi oppure chiedere una valutazione medica non significa arrendersi. Significa creare le condizioni per continuare a cercare tartufi più a lungo.

Il vero obiettivo non è resistere fino alla fine della stagione.

È poter tornare nel bosco anche nella prossima.

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