Tartufo bianco e fondi regionali: tutela o privatizzazione delle tartufaie?

Sotto traccia, lontano dai riflettori, in Piemonte si muove una partita che vale oro. Oro bianco. Con il Decreto Dirigenziale n. 1222/A1614A/2025 del 31 dicembre 2025, la Regione ha aperto un bando destinato alla salvaguardia e al potenziamento delle tartufaie naturali di Tuber magnatum Picco, il tartufo bianco pregiato, nelle aree considerate “vocate” dalla legge regionale 16/2008.

Sulla carta, l’intento è nobile: recuperare tartufaie esistenti, migliorare l’ambiente, proteggere un patrimonio naturale fragile e prezioso. Ma come spesso accade quando entrano in gioco fondi pubblici e risorse rare, la questione non è solo cosa si finanzia, bensì chi e a quali condizioni.

Il bando prevede interventi di miglioramento ambientale delle tartufaie naturali già esistenti e, contestualmente, la realizzazione di allestimenti per la fruizione didattica direttamente all’interno delle aree interessate. Tradotto: non nuove tartufaie, ma valorizzazione e “messa a sistema” di quelle che già producono il tartufo più ambito d’Italia.

Ed è qui che la caccia all’oro bianco si fa interessante.

Ad accedere ai contributi possono essere le associazioni di cercatori di tartufi riconosciute dalla normativa regionale, insieme a soggetti pubblici o privati che risultino proprietari o gestori dei terreni agricoli o forestali. La figura del “gestore” viene definita in modo ampio: affittuari, soggetti titolari di contratti, o chiunque abbia la piena disponibilità giuridica delle superfici interessate.

In caso di progetti condivisi, è previsto un capofila, unico interlocutore della Regione e beneficiario del finanziamento. Un solo progetto finanziabile per ogni soggetto proponente. Un dettaglio tecnico, certo. Ma anche un passaggio chiave, perché introduce una selezione netta: chi entra e chi resta fuori.

La domanda scomoda, a questo punto, è inevitabile.

Se una tartufaia naturale viene “potenziata”, attrezzata e valorizzata grazie a fondi pubblici, cosa accade alla libera cerca? Il rischio percepito da molti tartufai è che interventi nati per tutelare il territorio possano, di fatto, trasformarsi in strumenti di controllo o di esclusione, favorendo soggetti strutturati, organizzati, magari meglio posizionati dal punto di vista amministrativo, a discapito dei cercatori tradizionali.

Il bando non parla esplicitamente di limitazioni alla raccolta. Ma nel mondo reale, dove il confine tra tutela e gestione esclusiva è spesso sottile, il timore è che la valorizzazione finanziata diventi, nel tempo, una forma di appropriazione indiretta delle aree più pregiate.

Le domande di contributo potranno essere presentate dal 9 gennaio all’8 maggio 2026 tramite PEC, corredate da relazioni tecniche, cronoprogrammi, cartografie, piani finanziari e documentazione dettagliata. Un impianto complesso, che richiede competenze, tempo e risorse. Non proprio alla portata di tutti.

Ed è proprio qui che la caccia all’oro bianco si sposta dal bosco agli uffici: tra progetti, mappe e atti formali, il rischio è che la selezione non premi chi conosce davvero il territorio, ma chi sa muoversi meglio tra le maglie della burocrazia.

La tutela del Tuber magnatum è sacrosanta. Ma la domanda resta aperta:
proteggere il tartufo significa anche proteggere chi lo ha sempre cercato?

Su questo punto, il dibattito è appena cominciato.

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