Cane da tartufo morto dopo sevizie: a processo il proprietario
Cane da tartufo morto dopo sevizie: a processo il proprietari
A Perugia la testimonianza della veterinaria: “Legato al collo e al muso, segni evidenti di sofferenza”
PERUGIA – Un cane da tartufo, un lagotto impiegato nella cerca, è morto a seguito di gravi traumi e sofferenze compatibili con maltrattamenti. Per la vicenda, avvenuta nel territorio di Perugia, il proprietario è finito a processo con l’accusa di maltrattamento di animali.
A ricostruire i fatti in aula è stata la veterinaria intervenuta dopo la segnalazione dei carabinieri, allertati inizialmente per la presenza di un cane “rimasto attaccato a una corda”. Una prima comunicazione parlava addirittura di un possibile caso di “impiccagione”, con la corda stretta intorno al collo.
Secondo quanto riferito, l’animale – un lagotto – si trovava all’interno di un’area recintata, legato con una corda fissata oltre il cancello del box in cui era detenuto. Dalle immagini acquisite e mostrate nel corso delle indagini, emergerebbe la presenza di più giri di corda: uno attorno al collo e uno intorno al muso, come per impedirgli di aprire la bocca.
Quando la veterinaria è giunta sul posto, il cane era già a terra. “L’ho visto quando era stato staccato dalla corda”, ha dichiarato. Tra gli elementi rilevati, una colorazione scura della lingua – indicativa di soffocamento – e segni di perdita di sangue. Ulteriori accertamenti avrebbero evidenziato lesioni anche a un arto superiore e condizioni compatibili con una morte sopraggiunta dopo una fase di grave sofferenza.
Il procedimento è ora nelle mani dell’autorità giudiziaria, chiamata a chiarire dinamiche e responsabilità. Il caso ha suscitato forte attenzione anche per il contesto in cui si inserisce: quello della cerca del tartufo, attività in cui il rapporto tra uomo e cane rappresenta un elemento centrale.
Episodi come questo riaccendono il dibattito sul benessere animale e sulla responsabilità di chi utilizza cani da lavoro. Nel mondo della cerca, il cane non è soltanto uno strumento operativo, ma parte integrante dell’attività stessa, spesso legato al conduttore da anni di addestramento e convivenza.
Proprio per questo, casi di presunto maltrattamento risultano particolarmente sensibili e destinati a incidere sulla percezione pubblica di un settore già esposto a forti dinamiche economiche e territoriali.
Al di là dell’esito giudiziario, la vicenda pone una domanda più ampia:
quanto è ancora saldo il confine tra lavoro e rispetto nel mondo della cerca?
Una risposta che riguarda non solo i tribunali, ma l’intera comunità legata al tartufo

