Gli sequestrano 7kg di scorzone acquistati da un tartufaio: chi doveva garantire la tracciabilità?

Gli sequestrano 7 chili di scorzone acquistati da un tartufaio: chi doveva garantire la tracciabilità?

 

Sette chili e duecento grammi di tartufo nero estivo sequestrati, una sanzione amministrativa da circa 1.500 euro e una domanda che inevitabilmente interessa l’intero mondo del tartufo: quando un ristoratore acquista il prodotto da un tartufaio, chi deve garantire la tracciabilità?

 

È quanto emerge da un recente controllo dei Carabinieri Forestali effettuato in un ristorante della Valle del Misa, nelle Marche. Durante l’ispezione, i militari hanno rinvenuto 14 sacchetti contenenti Tuber aestivum surgelato, per un peso complessivo di 7,2 chilogrammi.

 

Secondo quanto riportato, il prodotto sarebbe risultato privo delle informazioni necessarie a ricostruirne la provenienza e il percorso commerciale. Da qui il sequestro amministrativo e la contestazione delle violazioni previste dalla normativa sulla tracciabilità alimentare.

 

Nel linguaggio comune, infatti, molti potrebbero pensare che acquistare il tartufo direttamente da un cercatore sia già una garanzia sufficiente sulla provenienza del prodotto. Ma la normativa sulla tracciabilità segue logiche differenti.

 

La questione non riguarda necessariamente la qualità del tartufo né la sua commestibilità. Il punto centrale è la possibilità di dimostrare, attraverso documenti e registrazioni, da dove arriva il prodotto e quale percorso abbia seguito prima di arrivare nel piatto del consumatore.

 

Chi deve garantire la tracciabilità?

 

È qui che nasce il vero interrogativo.

 

Se un ristoratore acquista del tartufo da un tartufaio, è il cercatore che deve fornire la documentazione necessaria? Oppure è il ristoratore che deve predisporre e conservare tutte le informazioni richieste?

 

La risposta, almeno sul piano pratico, non è sempre così scontata come molti immaginano.

 

Nel settore del tartufo esistono infatti realtà molto diverse tra loro: grandi commercianti strutturati, piccoli raccoglitori che cedono occasionalmente il prodotto e ristoratori che acquistano direttamente dai cercatori locali.

 

Situazioni che spesso rendono più complessa la gestione della documentazione rispetto ad altre filiere agroalimentari.

 

Al di là delle responsabilità specifiche del caso, la vicenda rappresenta un campanello d’allarme per l’intero comparto.

 

Sempre più controlli vengono effettuati lungo la filiera del tartufo e la semplice buona fede potrebbe non essere sufficiente in caso di verifica.

 

Per questo motivo diventa fondamentale che ogni passaggio sia adeguatamente documentato, sia per tutelare il consumatore sia per proteggere gli operatori onesti da contestazioni e sequestri.

 

La vicenda di Senigallia apre un tema che riguarda da vicino cercatori, commercianti e ristoratori.

 

Secondo voi, quando il tartufo viene acquistato direttamente da un tartufaio, chi dovrebbe avere il compito principale di garantire la tracciabilità del prodotto?

 

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