Racconto – Il peso del profumo
Il tartufaio arrivò che il cielo era ancora grigio ferro.
Aveva camminato piano, come si cammina quando nello zaino non porti roba, ma una promessa.
Dentro la sporta, avvolto in un panno umido, c’era un bianco enorme.
Non uno qualsiasi: rotondo, nervato, con quel profumo che non “sa” di tartufo…
comanda.
Ogni passo era una frase che si ripeteva in testa:
> “Questo è quello che mi cambia l’inverno.”
Entrò nella bottega del commerciante.
Lì dentro sapeva di caffè vecchio, cartone, e soldi che girano veloci.
Il commerciante lo guardò senza alzarsi.
— Che mi porti?
Il tartufaio posò la sporta sul banco.
Aprì piano il panno.
Il profumo uscì prima del tartufo, come un animale libero.
Il commerciante fece un mezzo sorriso.
Non di meraviglia.
Di calcolo.
Lo prese in mano, lo pesò, lo girò.
— Bello… ma è un’annata strana.
— La gente non spende.
— I ristoranti piangono.
Il tartufaio lo guardava fisso.
— Questo è un re, — disse piano.
— Questo non piange. Questo comanda.
Il commerciante sospirò.
— Posso darti… X euro.
Il tartufaio sentì lo stomaco stringersi.
Era la cifra che ti fanno quando vogliono guadagnare anche sul tuo silenzio.
— No.
Il commerciante alzò le spalle.
— Allora tienitelo. Domani vale meno.
Il tartufaio richiuse il panno.
Il profumo si spense, come un animale che torna in tana.
— Domani, — disse, — varrà lo stesso.
Ma io varrò di più.
Uscì senza salutare.
Fuori, l’aria sapeva di terra e foglie bagnate.
Il tartufo nello zaino pesava come una scelta.
E mentre camminava, capì una cosa:
> Il tartufo non vale per quanto lo pagano.
Vale per quanto sei disposto a non venderlo.
E quel giorno,
non vendette niente.
Ma si comprò il rispetto.

