Quantità di tartufo e zone tartufigene rese pubbliche? Il dubbio dietro l’accordo PEFC
L’accordo firmato tra l’Associazione Nazionale Città del Tartufo e il PEFC Italia è passato quasi inosservato tra i cercatori. Eppure potrebbe rappresentare uno dei cambiamenti più significativi degli ultimi anni nel modo di concepire e gestire il patrimonio tartufigeno italiano.
Dietro termini come “certificazione”, “sostenibilità” e “valorizzazione territoriale” si nasconde infatti una domanda che molti tartufai si stanno già ponendo:
chi saprà dove nascono i tartufi e quanto producono determinate aree?
Chi è il PEFC
Il PEFC (Programme for the Endorsement of Forest Certification) è una delle più importanti organizzazioni internazionali che si occupano di certificazione forestale.
Il suo compito è attestare che boschi e foreste siano gestiti secondo criteri di sostenibilità ambientale, economica e sociale.
Negli anni il marchio PEFC è stato associato soprattutto al legno, alla carta e ai prodotti derivanti dalle foreste. Oggi però l’interesse si sta spostando anche verso i cosiddetti prodotti forestali non legnosi, tra cui figurano funghi, castagne, miele e naturalmente tartufi.
Cosa prevede l’accordo
L’obiettivo dichiarato è valorizzare le aree tartufigene attraverso sistemi di certificazione capaci di attestare una gestione sostenibile dei boschi.
Si parla di tutela della biodiversità, conservazione degli habitat, contrasto ai cambiamenti climatici e valorizzazione delle risorse naturali.
Il tartufo viene così considerato non soltanto come prodotto gastronomico ma come indicatore della salute del bosco e dell’equilibrio dell’ecosistema.
Un approccio che, almeno nelle intenzioni, punta a rafforzare il legame tra ambiente, territorio e risorsa tartufigena.
Cosa cambia per i tartufai?
Nel breve periodo probabilmente poco o nulla.
Non cambiano le regole di raccolta, non servono nuovi tesserini e non saranno i cercatori a dover ottenere certificazioni.
I principali soggetti coinvolti saranno infatti enti pubblici, proprietari forestali, associazioni, consorzi e territori interessati alla valorizzazione delle proprie risorse naturali.
Ma è proprio qui che nasce il primo interrogativo.
Per certificare una risorsa occorre necessariamente conoscerla.
Occorre sapere dove si trova, quali caratteristiche possiede e quale valore rappresenta per il territorio.
Ed è a questo punto che molti cercatori iniziano a farsi delle domande.
Il nodo dei dati
Se una zona viene certificata come area tartufigena, quali informazioni saranno raccolte?
Si parlerà soltanto di boschi e habitat oppure verranno censite anche le superfici realmente produttive?
Saranno stimati i quantitativi di tartufo presenti?
Esisteranno dati relativi alle produzioni delle varie aree?
E soprattutto: chi avrà accesso a queste informazioni?
Ad oggi non esistono indicazioni che facciano pensare alla pubblicazione di mappe dettagliate delle tartufaie o delle produzioni.
Tuttavia il tema resta aperto.
Per molti cercatori il valore di una tartufaia non risiede soltanto nella sua produttività, ma anche nella riservatezza che la circonda.
La localizzazione di una zona particolarmente vocata rappresenta spesso il risultato di anni di esperienza, osservazione e ricerca sul campo.
Opportunità o rischio?
I sostenitori dell’iniziativa evidenziano i possibili benefici.
Una certificazione potrebbe facilitare l’accesso a finanziamenti, progetti ambientali e strumenti di valorizzazione turistica.
Potrebbe inoltre contribuire a tutelare aree boschive sempre più minacciate da cambiamenti climatici, incendi e abbandono.
Dall’altra parte esiste però chi teme che il processo di certificazione possa portare, nel tempo, alla creazione di archivi e censimenti sempre più dettagliati delle aree produttive.
Non è una critica alla sostenibilità ambientale.
È piuttosto una riflessione sul destino delle informazioni legate a una risorsa che, storicamente, ha sempre vissuto di discrezione e riservatezza.
Una domanda che merita una risposta
L’accordo tra PEFC e Associazione Nazionale Città del Tartufo nasce con finalità condivisibili e orientate alla tutela del territorio.
Tuttavia resta una questione che il mondo del tartufo difficilmente ignorerà.
Se per certificare una risorsa occorre raccogliere dati, quali dati saranno raccolti?
Riguarderanno soltanto il bosco oppure anche le produzioni?
E quelle informazioni resteranno all’interno dei fascicoli tecnici degli enti coinvolti o potranno diventare patrimonio accessibile ad altri soggetti?
Domande alle quali oggi non esiste ancora una risposta chiara.
Ma che probabilmente accompagneranno il dibattito sul futuro delle tartufaie italiane molto più della certificazione stessa.
Perché per molti cercatori la vera questione non è la sostenibilità del bosco, ma sapere chi conoscerà domani dove nascono i tartufi e quanto producono determinate aree.

