“Il bosco che non si vede”: a Frinco la tartufaia si scopre con le mani, il naso e l’udito

Un percorso sensoriale di circa 200 metri, pensato insieme alle persone cieche e accessibile anche alle carrozzine. Otto stazioni per conoscere gli alberi, la terra, il profumo del tartufo e il lavoro del cane

Non sempre per conoscere davvero un bosco bisogna guardarlo.

Si può entrare in una tartufaia seguendo una corda con la mano, riconoscere una quercia dalla sua corteccia, confrontare terreni diversi con le dita, ascoltare il vento tra le foglie e accorgersi, dal mutare dei suoi passi, che un cane ha iniziato a cercare.

È da questa idea che nasce “Il bosco che non si vede”, il progetto per la realizzazione di un percorso sensoriale all’interno della Tartufaia Accessibile di Frinco. La proposta è arrivata da Silvia, un’amica non vedente che ha immaginato un’esperienza nella quale la disabilità visiva non venga semplicemente “accompagnata” lungo un sentiero, ma diventi un diverso modo di scoprire la tartufaia.

L’obiettivo è ambizioso e, allo stesso tempo, molto concreto: permettere a persone cieche, ipovedenti, con difficoltà motorie, bambini e visitatori vedenti di conoscere il mondo del tartufo attraverso il tatto, l’olfatto, l’udito e l’incontro con il cane da cerca.

Non un percorso da osservare, dunque, ma un bosco da sentire.

Duecento metri e otto esperienze

Il tracciato previsto misura circa 190-200 metri e comprende otto stazioni, intervallate da brevi segmenti di cammino e da un’area di sosta. Il sentiero dovrebbe conservare l’accessibilità alle carrozzine, con una larghezza minima adeguata e spazi più ampi in corrispondenza delle attività e delle soste.

Una superficie compatta e antisdrucciolevole consentirebbe un passaggio più agevole. L’ipotesi di una pedana in legno avrebbe inoltre un valore sensoriale: sotto i piedi e sotto le ruote cambierebbero il suono e la percezione del cammino, aiutando il visitatore a riconoscere l’inizio del percorso.

Sul lato del sentiero correrebbe una guida continua formata, dove necessario, da pali di legno e da una corda spessa, piacevole da impugnare e posta a un’altezza facilmente raggiungibile. Gli alberi presenti potrebbero essere utilizzati in alcuni tratti come sostegni naturali, riducendo costi e materiali.

La corda non avrebbe funzione di parapetto, ma di orientamento. Su di essa verrebbe introdotto anche un piccolo linguaggio tattile: un anello di legno per annunciare una stazione sensoriale, due anelli per l’area di sosta, tre per indicare la conclusione del percorso o un punto particolarmente importante.

Un codice semplice, immediato e caratteristico della tartufaia, da integrare con le soluzioni tecniche e di sicurezza necessarie.

Una mappa da leggere con le dita

Prima di iniziare, il visitatore incontrerebbe una grande mappa tattile inclinata, utilizzabile anche da chi si trova in carrozzina. In rilievo sarebbero rappresentati l’ingresso, il sentiero, le otto stazioni, gli alberi principali, l’area di sosta e l’uscita.

Testi ad alto contrasto, caratteri grandi, indicazioni in rilievo e Braille permetterebbero a persone con esigenze diverse di orientarsi. Un codice QR e un tag NFC potrebbero inoltre avviare dal telefono un’introduzione audio: una voce accoglierebbe il visitatore, descriverebbe il tracciato e spiegherebbe come utilizzare la guida tattile.

La mappa non sarebbe soltanto un cartello informativo. Sarebbe il primo gesto di autonomia offerto a chi entra.

Dall’albero alla terra

La prima stazione porterebbe la mano del visitatore sul tronco di uno degli alberi simbionti presenti nella tartufaia. Quercia, pioppo, salice o nocciolo diventerebbero protagonisti reali: se ne potrebbero percepire la rugosità, la temperatura, la circonferenza e la forma, mentre una breve traccia audio racconterebbe il legame tra le radici e il tartufo.

Nella seconda stazione, foglie, cortecce e frutti di specie diverse potrebbero essere confrontati su un pannello orizzontale, con nomi in rilievo e in Braille. Non si tratterebbe di imparare attraverso una fotografia, ma di distinguere gli alberi con i polpastrelli.

La terza esperienza sarebbe dedicata al terreno. Tre vasche rialzate, accessibili anche da seduti, conterrebbero terra argillosa, sabbiosa e ricca di calcare. Infilando le mani, il visitatore potrebbe confrontarne granulometria, consistenza, umidità e temperatura, scoprendo che il tartufo è un fungo ipogeo e che la sua vita dipende anche dal suolo e dal rapporto con le radici della pianta.

Dopo questa prima parte sarebbe prevista un’area di sosta, con una panchina e spazio laterale sufficiente per almeno due carrozzine.

Il profumo del tartufo, uguale per tutti

La quarta stazione avrebbe al centro quattro contenitori scuri, chiusi e forati. Soltanto uno custodirebbe il profumo del Tuber magnatum Pico, il tartufo bianco pregiato. Il visitatore dovrebbe riconoscerlo utilizzando esclusivamente l’olfatto.

Qui il progetto mostra tutta la sua forza: per una persona cieca questa attività non rappresenta l’adattamento di un’esperienza nata per chi vede. È esattamente la stessa prova per tutti.

La quinta stazione trasformerebbe questa intuizione in un gioco: “Per un minuto diventa un cane da tartufo”. Cinque scatole identiche, una sola sorgente odorosa e una domanda: quale nasconde il tartufo?

L’attività potrebbe coinvolgere anche bambini e visitatori bendati, diventando l’occasione per raccontare quanto il mondo olfattivo del cane sia più ampio e complesso del nostro. Ciò che per una persona è appena percepibile, per il cane può costituire una vera mappa di informazioni.

Il silenzio e il cane da cerca

Per la sesta stazione basterebbe scegliere il punto più silenzioso della tartufaia. Una panchina e un invito essenziale: “Per 60 secondi non fare nulla”.

Niente voce registrata, almeno all’inizio. Soltanto il vento, le foglie, gli uccelli, gli insetti, i passi, un cane in lontananza e, se presente, il rumore dell’acqua. Solo dopo quel minuto una traccia audio potrebbe aiutare a riconoscere i suoni ascoltati.

La settima stazione introdurrebbe l’elemento che rende la tartufaia davvero unica: la cerca con il cane.

Accompagnato da un educatore, il partecipante seguirebbe un breve tratto di lavoro reale. Potrebbe percepire il cane che avanza, rallenta, cambia atteggiamento, concentra la ricerca e infine raspa. L’accompagnatore descriverebbe ciò che sta accadendo e guiderebbe la mano verso il punto segnalato, permettendo alla persona di toccare la terra smossa, sentirne il profumo e, con la dovuta delicatezza, partecipare alla cavatura.

Non una dimostrazione osservata da lontano, ma un’autentica esperienza di cerca.

Trovare il tartufo con le proprie mani

L’ottava e ultima stazione sarebbe il finale del percorso. Una grande vasca rialzata, colma di terra, nasconderebbe alcuni contenitori; soltanto uno emanerebbe l’odore del tartufo.

Il partecipante dovrebbe annusare, localizzare il punto, scavare e trovare ciò che è nascosto. Alla fine potrebbe toccare e annusare un tartufo vero e ricevere un piccolo attestato di “Cercatore sensoriale della Tartufaia Accessibile”.

Un gesto simbolico, ma capace di lasciare un ricordo concreto dell’esperienza.

Un progetto da costruire insieme

Per questo è stata proposta la campagna “Adotta una stazione sensoriale”: otto realtà, pubbliche o private, potrebbero contribuire ciascuna alla realizzazione di una tappa. Associazioni di tartufai, aziende del settore, cooperative sociali, Rotary, Lions, associazioni impegnate nel mondo della disabilità e semplici cittadini saprebbero così esattamente quale parte del percorso stanno aiutando a costruire.

Ma il primo passo non dovrebbe essere piantare un palo o acquistare una corda.

Prima dei lavori, il tracciato verrebbe percorso insieme a Silvia e ad altre persone cieche, chiedendo loro dove desiderano trovare la guida, in quali punti si sentono meno sicure, quale altezza risulta più comoda e quali esperienze giudicano davvero significative.

Perché l’accessibilità non può essere immaginata soltanto dall’esterno. Un progetto destinato alle persone cieche deve essere costruito con loro.

“Il bosco che non si vede” potrebbe così diventare uno degli elementi più riconoscibili della Tartufaia Accessibile di Frinco: un luogo nel quale l’assenza della vista non sottrae esperienza, ma invita tutti a usare sensi che troppo spesso dimentichiamo.

Silvia ha chiuso la sua proposta con una richiesta molto concreta: non dimenticarsi di farle mangiare il tartufo quando arriverà a testare la tartufaia.

Ed è giusto che sia così. Dopo averlo cercato, toccato e annusato, il percorso dovrà concludersi anche a tavola.

QUI NON SERVE VEDERE IL TARTUFO.
SERVE SENTIRLO.

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